Sulla Guerra nello Spazio ed i mezzi per combatterla.

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Come al solito, il prologo deriva da avvenimenti inutili della mia vita privata, credo che ormai ve ne siate fatti una ragione; è che ognuno ha il suo stile personale, a quanto pare io racconto i cazzi miei. Tanto dopo peggiora, non preoccupatevi!

Qualche tempo fa, avevo ospiti a cena: tra questi c’era un grandissimo sapiente, specialista del mio argomento preferito, la Fantascienza, nonchè uno di coloro che mi hanno portato sulla via del collezionismo (cosa di cui non riuscirò mai a capire se essergliene grato od odiarlo), ma in generale l’argomento comune alla tavolata, come si può facilmente intuire, era uno ed uno solo.

Complice la serata calda, una sedia comoda ed una veranda areata, ci attardiamo a chiacchierare sorseggiando liquidi disparati. Con naturalezza gli ingranaggi dei nostri cervelli entrano nei giusti incastri e finiamo a parlare del nostro comune interesse. Il flusso di coscienza che ci ha animato è culminato in un interrogativo che è stato il leit motiv del discorso, probabilmente derivato da un articolo di Mike Resnick che sia io, perfetto padrone di casa e gentiluomo d’altri tempi, sia alcuni miei ospiti, avevamo letto: la guerra nello spazio ed i mezzi per combatterla.

Essendo noi quello che siamo, il discorso non poteva prescindere da un’analisi storico-letteraria del nostro genere preferito: per gli autori di Fantascienza il tema “guerra” è sempre stato importante. In realtà nel sottogenere “militare” trovano dimora tantissime opere, la maggioranza delle quali tratta di guerre future tra uomini o di invasioni della Terra. Ma a noi quello che interessava era individuare gli scritti che presentavano i metodi, se non i mezzi, per combatterla.

Il buon Resnick ci ha dato un grande aiuto ed un ottimo punto di partenza, con il suo articolo. Egli presenta una carrellata delle opere più significative della FS militare, tra cui alcune, in effetti, sono sue: partendo da La Guerra dei Mondi, nel lontano 1859 quando ancora non esisteva il mio/nostro beneamato genere letterario; continuando con “Doc” Smith , depositario nel corso degli anni trenta di quella tradizione di “uomo di frontiera” tanto cara agli scritti fantascientifici della Golden Age, che, con la saga de L’Allodola dello Spazio, in cui due baldi giovani partono per caso e vivono più avventure di Doc Savage, apre all’esplorazione individuale, caotica e “robusta” della galassia; passando rapidamente a Jack Williamson ed ad Edmond Hamilton, per continuare con Alfred E. van Vogt e la sua Guerra contro i Rull (o Tutto Bene a Carson Planet che dir si voglia), per lasciare la Golden Age, ovviamente, con Robert A. Heinlein che, con Fanteria dello Spazio, chiude il ciclo. In realtà fa anche un accenno ad Haldeman, più come risposta al genere, con Guerra Eterna, che altro…

Non approfondisce molto la modernità, tranne un elenco di autori che vi risparmio, finendo immancabilmente a parlare, seppur brevemente, del racconto (e conseguente romanzo) che ha rappresentato una pietra miliare del genere: Il Gioco Di Ender di Orson Scott Card. Chi non l’avesse letto, ha perso qualcosa: fatelo e mi ringrazierete…

In pratica, con questa breve guida, individua quelli che possono essere considerati i capisaldi del genere: i loro aspetti in comune sono la glorificazione (in un certo senso) della guerra, gli orrori che questa porta, le tattiche, il fardello del comando, la nobiltà e la vigliaccheria, motivi per cui il genere è conosciuto come “SF militare”.

Ma noi non eravamo soddisfatti. Quello che ci interessava non era creare una definizione, che altri hanno già fatto, ma individuare i mezzi ed i metodi escogitati dagli autori per far combattere nel vuoto siderale i propri personaggi. Si parla di fantaingegneria, qua dentro.

 

 

Prendendo spunto da quella conversazione ed integrando un po’ i discorsi fatti con delle mie ricerche, ho intenzione di presentarvi in questo “breve” articolo delle conclusioni a cui sono giunto, in maniera del tutto arbitraria e personale, senza logica alcuna, se non la mia. E lo faccio infarcendo una pagina di parole! Detta così è più una punizione che un articolo…

 

Riguardando l’elenco fatto fino ad ora, alla luce di questa epifania, di certo si possono scartare molte cose: principalmente tutti gli autori Golden Age hanno in comune un comprensibile rapporto fumoso con la tecnologia, che fa sì che le astronavi che ci presentano, seppur epicamente piene di valorosi soldati, siano quanto meno ingenue. Gli unici che si salvano possono essere Heinlein ed Hamilton. Il primo perchè si concentra sul rapporto fante/astronave, splendidamente ritratto, e sui meccanismi di lancio dall’orbita, tralasciando tutta la parte scientifica come “roba da marina” (vecchia volpe, l’Heinlein…), mentre il secondo azzarda qualcosina di più e ci mette un po’ di  meccanica, sicuramente azzardata dal punto di vista scientifica, ma apprezzabile.

In ogni caso, fino a quest’epoca, la concezione di “astronave” era pari a quello a cui il nome deriva: una nave che va tra gli astri, appunto. La descrizione dello spostamento è essenzialmente bidimensionale, quasi come se fossero sul mare, ed il concetto di orbite e di distanza-luce è quanto meno fumoso se non assente. In pratica le battaglie sono repliche di quelle che gli autori, nelle vicissitudini della vita, avevano provato o sentito raccontare: epiche, sì, ma irreali.

Non c’è da stupirsi di questo: l’uscita dell’uomo dall’atmosfera non era ancora avvenuta e solo in pochi avevano il necessario bagaglio di conoscenze per astrarre il reale comportamento di un oggetto in caduta libera, figuriamoci in battaglia. Ad oggi, se il primo è noto, il secondo fortunatamente ancora no.

Veniamo ai tempi moderni: in effetti la SF militare, dagli anni settanta in poi, ha proliferato. L’aumento delle conoscenze scientifiche e l’allargamento delle frontiere spaziali, anche se in misura minore di quanto tutti quanti ci aspettavamo, ha fatto sì che anche gli scritti possano essere più accurati ed attendibili nelle loro previsioni.

Fare un escurso storico esaustivo sarebbe assolutamente impossibile, né interessante (non che questo mio articolo lo sia…): mi limiterò pertanto a parlarvi dei libri che presentano mezzi e metodi stuzzicanti, sperando che lo possano essere anche per voi.

Dicevamo de Il Gioco di Ender: non voglio spoilerare troppo uno dei colpi di scena più riusciti in un racconto, quindi parlerò della tecnologia che sta alla base della buona riuscita di questa, l’Ansible. Metodo escogitato dalla Ursula Le Guin nei primi anni sessanta e preso in prestito da molti altri, è un’escamotage per consentire la comunicazione superluminale, o istantanea, indipendentemente dalla distanza. Ovviamente è una bestialità scientifica e da solo basta a rendermi odiosi gli scritti della Le Guin, ma in questo racconto funziona. Forse è l’unico metodo tra quelli presentati che rende efficiente, utile ed utilizzabile un attacco di una flotta di astronavi ad un nemico lontano: curioso che sia basato su un sistema impossibile, nevvero? In ogni caso la tattica qua è tutto: non c’è spazio per eroismi, orrori, coraggio né vigliaccheria, tutto è relegato a mero gioco, il Gioco di Ender, appunto. Non sapremo mai come sono fatte le astronavi della flotta, né è importante: ci basta sapere che sono il meglio della tecnologia e che obbediscono ai comandi.

Un po’ riduttivo, dirà chi non l’ha letto. Leggetelo e mi farete sapere, dico io.

 

 

Step successivo è trovare degli autori che superano la bidimensionalità della mente di noi terricoli, abituati a stare in piedi su un piano, per ragionare in termini di tridimensionalità di movimento, come i pesci. Un primo scritto che mi viene in mente, non certo per la sua importanza storiografica, sia chiaro, è I Superstiti di Ragnarok, di Tom Godwin (Wikipedia si ostina a chiamarlo “Gli Esiliati di Ragnarok” ma io preferisco il nome della prima traduzione).

Questo romanzo ha una trama piuttosto grezza: un gruppo di esiliati per colpa di una guerra su un pianeta ostile sopravvive a stento, ma da vita ad una razza di superuomini perfettamente adattati che riconquisteranno la galassia. Grazie.

Ok, non è così orribile come l’ho dipinto, ha anche qualche virtù: la prima delle quali è che i superstiti, abituati ad una gravità maggiore di quella dei loro nemici, sopportano accellerazioni e cambi di direzione molto superiori quindi, quando li affrontano, i computer degli Altri, tarati su schemi di previsione inaccurati, sbagliano il puntamento delle armi.

Oh oh, ma qui si apre un mondo!

Un tema è che la parte fallace di un mezzo è proprio la carne umana, nello spazio: questo, per noi che siamo abituati a veder decollare gli shuttle (finchè esistevano… forse i più giovani nemmeno si ricordano degli shuttle) come notizia curiosità del telegiornale, è abbastanza ovvio. I razzi sono dotati di propulsori molto potenti che possono indurre rapidi cambi di direzione, insopportabili dai piloti ed incompatibili alla vita (ad onor del vero anche Haldeman ce lo diceva, risolvendo con dei sarcofagi idraulici per la protezione dell’individuo…uhmm).

Il secondo tema è che le distanze sono molto grandi ed il tempo di percorrenza della luce non è nullo: quindi il punto in cui vediamo un oggetto non è dove questo si trova, ma dove questo si trovava nel passato. La stessa cosa vale per i sensi elettronici. E allora? Allora niente, il computer predice, in base ai parametri di sopravvivenza dell’equipaggio le possibili posizioni del bersaglio e le nuclearizza tutte (ricordiamoci che anche il tempo di percorrenza delle armi è non-nullo). Caso vuole che i parametri siano sbagliati ed allora i nostri eroi vincono!

Vi sembra poco? Secondo me già con queste cosette si può fare un trattato di fantaingegneria…

 

 

Le stesse tematiche vengono riprese, con un risultato infinitamente migliore e significativo dalla C. J. Cherryh che, con il suo La Lega dei Mondi Ribelli, va oltre, in tutto.

Tralasciamo il capolavoro di ingegneria che è quella meraviglia della Stazione Pell (ho il sospetto che, se mai esisteranno stazioni orbitali abitate, i progettisti dovranno molto alla Cherryh, specialmente nell’ambito della divisione dei turni…) e concentriamoci sull’argomento di quest’oggi, la battaglia. La ECS5 Norway è, di fatto, la rappresentazione pratica migliore che sia mai stata presentata di una nave da battaglia: non solo è particolareggiata in ogni sua parte, ma il sistema viene descritto minuziosamente.

 

 

Qua si aggiunge un altro tema importante: siccome la velocità della luce è un limite invalicabile, le navi sono dei microcosmi a sé stanti, mondi chiusi e con le loro prorpie regole, e le navi da battaglia, per la loro natura guerresca, sono necessariamente grandi. La coscrizione dell’equipaggio è, spesso, obbligata (chi è che vuole vivere in una corazzata?), la disciplina è ferrea, in servizio, ma molto lasca fuori (le poche volte che c’è, un fuori) ed i soldati sono fortemente specializzati. Anche qua troviamo un sistema di puntamento predittivo che tiene conto del campo di probabilità della posizione, ma la Signy Mallory, capitano della nave, ha a disposizione delle navette aggiuntive, una sorta di via di mezzo tra scialuppe armate ed incrociatori di piccola stazza, per confondere i sensori ed attaccare da più fronti. Ogni nave è, in pratica, una flotta.

Ovvio, se uno ci pensa: perchè avere un mezzo solo? Nello spazio non ti puoi nascondere, non hai copertura, non conta niente il terreno. L’unica possibilità è far scaricare le armi su falsi bersagli, meglio se irreali, ottenuti con il beffare i programmi di predizione dei calcolatori avversari. Anche in questo caso il fattore umano è utile solo come stratega.

Ma allora, perchè non creare flotte di migliaia, milioni di astronavi, come prevedevano gli scrittori più vetusti? Si individua, ad una possibilità del genere, alcune obiezioni. In primo luogo, coordinare le orbite di un numero così grande di oggetti in movimento, considerando le mutue perturbazioni e lo scambio di colpi col nemico, sarebbe un incubo organizzativo e balistico, nonchè un problema di difficilissima soluzione: gli scontri sarebbero quanto mai frequenti. In secondo luogo un meccanismo atto a viaggiare nello spazio consentendo la prosecuzione dell’esistenza all’equipaggio che lo infesta è qualcosa di terribilmente costoso in qualunque tipo di economia, quindi il numero di questi deve essere necessariamente il più basso possibile. Infine l’equipaggio di spaziali è formato da individui, non solo con doti speciali riscontrabili in una piccola parte della popolazione, ma anche necessitanti un addestramento specializzatissimo e molto costoso: si veda pertanto il punto due.

Sembra chiaro che il numero delle navi debba essere il più basso possibile ed in effetti la Cherryh lo mantiene ben al di sotto delle aspettative: alla fine la lotta che ci presenta ingaggia due sole unità, a ben vedere.

Tutte queste cose vi hanno fatto pensare a Battlestar Galactica? Ammetto che un po’ la Norway la ricorda, prendendo in esame la serie televisiva moderna. Tralasciando le bestialità scientifiche che popolano tali filmati, in effetti la Galactica è una gran bella realizzazione marziale; sicuramente qualcuno degli sceneggiatori un po’ di Cherryh la masticava.

 

 

Ma tanti altri quesiti sono stati sollevati, cui la modernità, con l’avvento dell’Hard SF a me tanto cara, ha cercato di rispondere. Quel che segue può apparire strano ai non iniziati al favoloso mondo della Fantascienza, ma tanto chi non era ineteressato ha smesso di leggere alla quarta riga, quindi siamo a posto…

Parlare di Hard SF in ambito marziale è difficile: di solito gli autori che speculano sulla progressione scientifica dell’uomo sono abbastanza positivisti e, se hanno fatto lasciare ai propri personaggi la culla della Madre Terra, tendenzialmente parlano di  futuri pacifici, o quantomeno privi di conflitti di grandi proporzioni. Lo spazio è grande e c’è posto per tutti.

Ci sono ovviamente le dovute eccezioni, di cui adesso scriverò, ed anche alcuni autori che, anche senza essere strettamente Hard, lo sono abbastanza da darci conclusioni interessanti nel tema di quest’oggi.

Uno di questi è Peter F. Hamilton che ci ha donato non uno ma ben due trilogie di cui parlare: L’alba della Notte e la Trilogia del Vuoto.

Della prima è meglio che non vi dica cosa ne penso; cioè, di libri brutti io ne ho letti tanti, la maggior parte erano anche scritti male. Ma questi? Ammetto che il buon Peter F. scrive molto bene, azzecca quasi sempre il ritmo e la gestione delle scene è giusta. In più sapientemente alterna momenti concitati, avventurosi, a riflessioni in cui spiega la tecnologia e la società, in modo da sospendere il ritmo in attesa che gli eventi precipitino. Insomma scrive bene. Io di questi libri contesto proprio le idee, che fanno schifo: per dire, uno dei personaggi è Al Capone, lui, quello che tutti conosciamo… mah! Lasciamo perdere, non vorrei spoilerare niente, altrimenti i malati mentali che vorranno cimentarsi non potranno farlo… Direte voi, perchè ne parlo? Tra le tante cose che butta allo sbaraglio in questo enorme spreco di inchiostro che lui chiama L’Alba della Notte, c’è comunque qualche perla che rifulge: una di queste è legata all’argomento odierno e quindi eccoci qua ad aggiungere parole ad un articolo che, francamente, non ne sentiva il bisogno.

Inserisce un’idea, forse diretta discendente di 2001: Odissea nello Spazio, forse no. In pratica una parte delle astronavi presenti deriva (per gemmazione? ammetto di non ricordarlo) da un habitat semiorganico senziente, Tranquillity, e si configurano come ibrido tra creature viventi e macchine: gli Spaziofalchi. Può sembrare un’idea cretina o forse già sentita, ma vi assicuro che viene dipinta con una rara maestria: non solo viene data una spiegazione plausibile alla loro esistenza, la derivazione dall’habitat appunto, ma anche una spiegazione pseudoscientifica del loro funzionamento che, per quanto debole, è interessante. L’intelligenza che ne presiede le funzioni non può essere considerata artificiale, per una serie di motivi che saranno chiari a chi avrà il coraggio di leggersi quasi tutta questa sbobba, ma in ogni caso si comporta di concerto all’equipaggio umano, dedito alla manutenzione, ed anche il capitano spesso non ordina ma offre pareri e richiede consigli. Alla fine in battaglia la pellaccia se la gioca anche lo Spaziofalco, quindi spesso decide per il suo bene e quello dei suoi simili.

 

 

La trovo un’idea molto interessante, sull’onda del filo logico dei computer di puntamento che stavamo seguendo: cosa succede quando la macchina diviene senziente e non vuole correre rischi? Penso che sia un tema che a breve, se non avverrà uno stop tecnologico (cosa che temo), si proporrà anche nella vita reale, al di fuori dei miei beneamati libri. Comunque, per quanto riguarda il futuro lontano della specie umana, possiamo esserne praticamente certi, almeno secondo la quasi totalità degli autori: la presenza di Intelligenze Artificiali è assicurata e faranno la loro parte anche in guerra.

Il secondo Universo creato dal nostro Peter F. è quello del Commonwealth: vi dico subito che reputo i libri di questa ambientazione dei capolavori ancorchè le basi scientifiche siano quantomeno dubbie, quindi vado contro i miei principi. In particolare, la trilogia del Vuoto, o del Camminatore sull’Acqua come preferisco chiamarla, è spettacolare: scritta molto bene e presunta spunti ed idee interessantissime. Tratta per lo più uno dei miei argomenti preferiti, la postumanità, spingendosi oltre, nella Trascendenza: per chi non sapesse di cosa sto parlando, non preoccupatevi. Prima o poi sprecherò un fantastilione di parole anche su quello…

Ma delle navi cosa c’è da dire? In questi volumi sono trattate un po’ come i cinquantini della mia giovinezza, quando andavamo ai giardinetti a bullarci con i compagni di paese: “Quanto fa la tua?” “Eh, tira 300c!” “Fico, minchiaoh!” con c=velocità della luce nel vuoto. Un po’, come dire, ingenuotto.

Però ci sono due spunti interessantissimi. Il primo riguarda la conformazione: l’interno, e spesso anche l’esterno, delle navi è configurabile e cambia struttura a seconda dell’utilizzo che ne deve essere fatto e delle sollecitazioni a cui è sottoposto. Nanomacchine? Plastiche fluide? Metallo Vivente? Boh, rimarrà nel dubbio. Ciò che importa è che la forma deriva dalla funzione ed è modificabile. In questo senso è plausibile che una nave che vola tra le stelle atterri sulla superficie di un mondo, senza navetta transorbitali, perchè modifica il proprio assetto in misura radicale. Il secondo riguarda gli armamenti, così evoluti che spesso le energie esotiche che controllano e che usano sono abbastanza potenti da distruggere qualunque cosa, anche se stesse. Una nave “da guerra”, quindi, modifica il proprio assetto/funzione anche in rapporto al colpo che sta preparando. Intrigante.

Non parlo della Flotta Terrestre Deterrente, vera genialata della saga, perchè non voglio spoilerare un colpo di scena di libri che, sì, valgono la pena di essere letti. Nonostante i 300c.

 

 

Passiamo adesso ad un altro autore che ha suscitato negli ultimi anni il mio interesse: Elizabeth Moon. Caso strano, nel parlare di FS “da guerra” ci si imbatte in un sacco di donne… Freud avrebbe qualcosa da dire su questo, immagino.

Dicevamo della Moon: il fatto di essere stata nei marine, in gioventù, l’ha resa edotta delle meccaniche interne ad un corpo armato e l’esperienza che ha maturato l’ha sversata interamente nel suo Universo, quello delle Familias Regnant. I suoi protagonisti, Heris Serrano ed Esmay Suiza, si spostano in un futuro in cui la galassia umana è retta da una sorta di impero galattico, diviso tra potentati ereditari, perennemente in guerra con i suoi vicini e mantenuto unito dalla Flotta, di cui le protagonista fanno parte.

Interessanti sono, più che i mezzi, l’organizzazione dell’esercito e la formalità dei rapporti interni alle astronavi, che però non brillano di originalità, anzi. C’è una sorta di ritorno al passato, alle flotte Golden Age, infatti anche in questo caso gli effettivi sono innumerevoli. Ma allora perchè citarla?

Non lo so, forse avevo bisogno di un contradditorio. In questo senso anche gli scritti del Resnick, guida ed ispiratore dell’articolo, si collocano in questo ritorno al passato. Gli ammutinati della Teddy R. hanno una nave ed un’ottica bidimensionale che ricordano molto la Serie Originale di Star Trek, in cui il beneamato Capitano Kirk guida con fiero e maschio cipiglio la nave tra i flutti dello spazio.

 

La Teddy R.

 

C’è però un tema, comune ad entrambi gli autori che è ineteressante nella nostra analisi, ovvero la velocità con cui gli eventi accadono: in ogni scontro, la battaglia si decide, una volta ingaggiata, in minuti se non in secondi ed è solo la superiorità strategica dei nostri eroi che li fa prevalere su tutto e tutti. In effetti ciò ha senso: per loro natura i manufatti umani nello spazio sono e saranno sempre fragilissimi, quindi risulterà semplice metterli fuori uso, più o meno permanentemente, una volta colpiti. Colpisci per primo e colpisci forte, è il motto dei due.

Il Resnick, in più, aggiunge un tipo di analisi che fino ad ora non avevamo mai incontrato: divide le armi in Classi numeriche crescenti, al crescere della capacità distruttiva. Osservando con sensori, risulta ovvio il livello offensivo di una nave. Siccome il livello difensivo è coordinato a quello, in pratica un’unità che monta armi di livello 5 è pressochè invulnerabile alle armi di livello 4 in condizioni normali; l’esito della battaglia è, a meno di strategie particolari o trucchi ben riusciti, certo! Può sembrare semplicistico, ma approfondendo ci rendiamo conto che non lo è. Ipotizziamo che il livello sia la gittata: se una nave colpisce più lontano di un’altra il gioco è già fatto; nello spazio non ci sono luoghi in cui nascondersi, la battaglia è spesso frontale. La superiore capacità del Capitano di imbastire trappole e sotterfugi fa sì che le carte vengano mescolate di volta in volta, ma questo è un’escamotage letterario che non inficia l’idea. Colpo certo=morte certa: molto meglio cercare di evadere il colpo, allora, come ci dice la Cherryh.

Mi sto, forse, dilungando un po’ troppo: non temete, oh voi temerari che siete giunti fino a qui, mi mancano gli ultimi due autori e poi concludo…

Dobbiamo tornare all’Hard, perchè mi sento più a mio agio: basta viaggi più veloci della luce, singolarità portatili, wormhole o altre cosette. Ci piace farlo alla buona, cara, vecchia maniera: accellerando. E chi meglio di un astrofisico/scrittore ci può imbastire un Universo sulla buona, cara, vecchia fisica? Signori e signore, ecco a voi Alastair Reynolds.

Il buon gallese è un prolisso scrittore sia scientifico che fantascientifico: nella fattispecie vorrei citare il suo Universo del Ciclo della Rivelazione, in cui l’umanità ha colonizzato vari mondi dentro e fuori dal sistema solare, ma la distanza ed il limite fisico della velocità della luce fanno sì che questa rimanga eternamente divisa e che le notizie circolino alla velocità delle dicerie, portate dai pochi umani che scelgono la vita di navigatori tra le stelle, gli Ultra. Una sorta di ritorno al periodo coloniale, su scala un capello più grande, insomma.

La stirpe dell’uomo si divide in fazioni più o meno in lotta tra loro e che modificano più o meno il loro retaggio (ancora ritorna prepotentissima la tematica della postumanità): in particolare i temibili Ragni, o Conjoiner come preferiscono farsi chiamare, hanno una superiorità scientifica che gli ha consentito di creare un tipo di motore che riesce a spingere le enormi masse delle navi mercantili a frazioni significative della velocità della luce rendendo, di fatto, disponibile l’opportunità di colonizzare altri sistemi solari. Gli Sfioraluce, così chiamati per la velocità che raggiungono, sono strutture enormi, lunghe decine di chilometri e ricoperte di uno scudo ablativo in ghiaccio cometario per assorbire particelle e radiazioni di ogni genere. Nelle enormi camere centrali prendono posto numerose fabbriche automatiche che realizzano ciò di cui la nave ha bisogno per autorigenerarsi nel corso dei suoi lunghissimi viaggi; di fatto questi manufatti sono cantieri sempre in divenire e i personaggi che li abitano hanno la stessa tendenza. Gli Ultra, infatti, sono molto lontani dall’essere semplici umani, anzi ricordano più spesso organismi cibernetici sia nel loro aspetto che nel loro modo di agire: questo perchè i pericoli negli spazi siderali sono tanti e nel corso della lunghissima vita di spaziali di professione, numerosi incidenti si portano via pezzo a pezzo l’umanità degli individui… Fatto che sta che il binomio nave-equipaggio funziona perchè sono entrambe entità che ragionano ad un livello meccanico-pragmatico simile.

 

Vedutina della Nostalgia dell’Infinito, Sfioraluce tra i più famosi. Fantastica questa GIF, grazie a www.yann-souetre.com

 

Comparazione delle dimensioni con alcuni monumenti.

 

Sono navi da guerra? No. Che senso avrebbe fare una guerra che richiede decine di anni, se non secoli, per essere combattuta (Haldeman docet)?

Sono armate? Si, pesantemente. Di nuovo torna prepotentemente la tematica della modifica della struttura in funzione del colpo da infliggere, solo che qui non è istantanea come per Hamilton, ma rincorsa faticosamente durante il viaggio a suon di variazioni strutturali (spesso realizzate dalla nave in maniera “inconscia” senza la reale volontà dell’equipaggio); in più risulta più sicuro per questi enormi pachidermi dello spazio utilizzare armamenti esternamente al perimetro della nave, quindi i più potenti non sono altro che navette senza equipaggio che vengono telecomandate portandole nella giusta posizione per il colpo. Ciò consente sia di evitare di scoprire la posizione della nave madre, sia di tenerla fuori portata dall’armamento nemico, sia di sfruttare un mezzo molto piccolo che può più facilmente entrare nella zona di controllo delle navi nemiche senza essere captato dai sensori. E poi, buuum, l’inferno!

Per ultimo ho lasciato colui che sintetizza ogni cosa qua detta nella sua creazione: Scott Westerfeld che, con Risen!, pone fine al supplizio di questo diluvio di parole.

Questo Universo, La Successione, formato da soli due libri, è particolarmente intrigante, interessante ed Hard nel senso più puro del termine: tralasciando eventuali spoiler di trama, quanto mai inopportuni vista la bontà dell’opera ed il mio consiglio a leggerla, ci concentreremo solo su quella parte, minima in realtà, di nostro interesse, tanto di nuovo sentiremo parlare di lui, nella postumanità (sic!).

Il Capitano Laurent Zai, nella sua missione per sconfiggere un acerrimo nemico dell’impero, ha a disposizione una nave che è la summa di tutto quello che abbiamo detto. Si muove al di sotto del limite c, ovviamente; è grande, ma il suo equipaggio non è enorme; ha a disposizione lo stato dell’arte dei sensori e dei calcolatori di puntamento; la sua struttura esterna è formata da miriadi di elementi interdipendenti che possono modificarne il profilo a seconda della strategia adottata; gli stessi agiscono anche come appendici esterne teleguidate, sorta di droni semintelligenti che ampliano il volume di attacco e di difesa; le stesse armi possono agire al di fuori della loro sede col medesimo meccanismo. Ricorda in parte una struttura alveare, se vogliamo, in cui la regina rimane nascosta ed attorniata da migliaia di fuchi che intercettano i colpi a lei inviati ed attaccano per suo conto. A mio modesto parere questo è lo stato dell’arte dell’astronave da battaglia.

Durante il viaggio questa fludissima flotta, poi, si condensa in una sola superunità, fungendo da scudo contro le radiazioni e la polvere cosmica: solo al momento del reale utilizzo verrà dispiegata la forza, interamente o in parte. Questo rende possibile modificare drasticamente anche la struttura della nave stessa, spostando queste “mattonelle” mobili, ove ce ne sia più bisogno: è un po’ come il “rinforzare gli scudi” della Golden Age, ma con un goccio di plausibilità in più. Bravo, il nostro Westerfeld.

Contiene tutto quello che abbiamo detto, tranne l’intelligenza: per chi leggerà i libri risulterà chiaro il motivo…

 

Finisce così il nostro trattato parziale e di parte sull’argomento: sono certo di aver dimenticato un sacco di cose e di aver fatto un gran pasticcio con la progressione cronologica, scrivendo quel che mi veniva in mente sul momento. D’altra parte, si parla di futuro, a chi importa se il passato da cui proviene sia prima o dopo? Spero di aver suscitato in voi un barlume di interesse: se così fosse leggete quello che ho consigliato, poi tornate qui ed insultatemi pure, ne sarò felice.


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20 commenti

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    nakis Architetto di Terraforming - 50° livello
    lunedì 30 novembre 2015 @ 12:38 #

    Riassunto!

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      Ackseth Autostoppista Galattico - 33° livello
      lunedì 30 novembre 2015 @ 13:15 #

      Si parte con un excursus storico nella letteratura per individuare i capisaldi del genere e poi affrontiamo la modernità che
      SCEMO CHI LEGGE!

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    Francesco Ierofante - 50° livello
    mercoledì 02 dicembre 2015 @ 11:41 #

    Sposami. (leggere attentamente il foglietto illustrativo, può dare controindicazioni anche gravi)

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      Ackseth Autostoppista Galattico - 33° livello
      mercoledì 02 dicembre 2015 @ 14:12 #

      Avevo letto “spostami”, il che forse vuol dire la stessa cosa…
      Comunque sono già preso: potrei eventualmente considerare un concubinaggio, o potresti lavarmi la macchina… fai un po’ tu!

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        Francesco Ierofante - 50° livello
        giovedì 03 dicembre 2015 @ 08:01 #

        “lavare la macchina” è uno slang di voi etero per dire “sesso”?

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        Ackseth Autostoppista Galattico - 33° livello
        giovedì 03 dicembre 2015 @ 13:35 #

        Ahimè no. Quello è lavare il SUV.

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    Jahram Ierofante - 22° livello
    giovedì 03 dicembre 2015 @ 14:27 #

    Tocca leggersi pure Ender’s Game. (il film lo avevo visto, quindi per il paradigma nerd per eccellenza mi dovrebbe piacere un sacco, anche se conosco il finale)

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      Ackseth Autostoppista Galattico - 33° livello
      giovedì 03 dicembre 2015 @ 18:13 #

      Esiste un film??????

      O_O

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        Jahram Ierofante - 22° livello
        venerdì 04 dicembre 2015 @ 12:43 #

        Oh sì, ed è pure molto recente!

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        Heydn Tough Geek - 13° livello
        martedì 15 dicembre 2015 @ 01:56 #

        Buon amico, non farlo. Anzi, fallo. Io ho letto tutto l’articolo, tu guardati quelle tre ore di film che ancheno.

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    Midnight990 Manipolatore Genetico - 21° livello
    venerdì 04 dicembre 2015 @ 12:00 #

    OK…..da ing Spazialo ti stimo immensamente. I miei sproloqui durante i film di fantascienza sono amati ed odiati da chi mi circonda (più odiati, mai guardare un film con un ing). The Martian anche se non riesco a classificarlo come fantascienza pura è il più preciso mai scritto, io ho visto solo il film ma un mio amico ha detto che riporta nel dettaglio tutti i ragionamenti e le spiegazioni. Sinceramente ho sempre riso per l’uscita di Ian Solo “Ho fatto la rotta di Kessel in meno di dodici parsec”, che notoriamente è un unità di spazio e non di tempo. Dei libri che mi hai detto conosco solo Ender’s Game, che l’ho trovato bellissimo. Sulla fantaingegneria mi sono sorpreso per i libri di Warhammer 40K, perché rendono secondo me in modo molto “veritiero” gli scontri spaziali, che sembrano scontri tra navi dell’800, alla distanza raramente pigli, ma da vicino è uno scontro tra pesi massimi a chi cade per ultimo, c’è anche una sorta di intelligenza artificiale nelle navi molto carina. Presa a quanto pare dall’opera da te citata. Un altea cosa interessante è la tridimensionalità che viene data agli scontri, spesso mancante , l’incontro fronte-fronte è raro se non programmato per rilasciare il massimo potenziale, le strategie sviluppate come in una sfera, con picchiate verticali. Una cosa che mi sono sempre chiesto è il perché della forma delle navi. Oggettivamente, non essendoci un “sopra” e “sotto”, “dietro” o “davanti”, ho sempre pensato che la forma perfetta è una sfera (tolto il problema della propulsione). Qualsiasi altra forma provoca una perdita di volume di fuoco in una o più direzioni, costringendo a manovre che nello spazio sono ben complesse. La rappresentazione più poetica l’ho trovata in “Battle for the Abyss”, dove le astronavi “danzano” l’una intorno all’altra, cercandosi con le armi. I calcoli statistici per la mira mi sembrano favolosi, penso inizierò da “I sopravvissuti del Ragnarok” nelle letture che hai consigliato, tuttavia grazie ai sensori, se non sei a distanze MOLTO ravvicinate, hai sempre un “miss”. Qualsiasi oggetto ci mette minuti se non ore da un punto all’altro, eccetto i laser che sono pressoché istantanei (light rulez). Per velocità e viaggi superluminari consiglio di leggere un articolo accademico di Carl Seagan, ce l ‘avevo ma non lo trovo maledizione a me, la dilatazione del tempo avvicinandosi alla velocità della luce fa capire come sembra il warmhole l unico modo di muoversi. Tuttavia tu che sei un appassionato…secondo te come si può mettere a confronto le prestazioni di due navi? Sto pensando di riprende una serie di articoli su scontri tra navi, ma stavo rinunciando dopo mancati dati sulla velocità della Serenity…

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      Relesia Nova Hardwired Commando - 40° livello
      venerdì 04 dicembre 2015 @ 13:10 #

      Ingegnè: Han Solo…. ;)
      per il resto mi affido, che ne so io…
      Male che manchino dati sulla Serenity!

      Scriva, Ingegnè, scriva…

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      Ackseth Autostoppista Galattico - 33° livello
      venerdì 04 dicembre 2015 @ 13:14 #

      Ammetto di non aver mai letto i libri di warhammer, ma ho giocato per tanti anni a Gothic, quindi un po’ le navi le conosco: gotiche, appunto! Mi piacciono molto.

      La forma sferica sarebbe effeciente le navi fossero ferme (o si muovessero lungo lo stesso vettore velocità) e se lo spazio fosse veramente vuoto.
      Mi spiego: se la velocitá relativa è alta un qualunque proiettile che arrivi lateralmente o da dietro ad una nave è costretto ad inseguire diventando di fatto facile bersaglio per le contromisure. Quindi è più efficiente colpire dal muso. Quindi la sezione del muso deve essere la più piccola possibile.
      In più l’universo è pieno di pulviscolo infinitesimale che, ad alte velocità, è abrasivo. Altro buon motivo per avere sezione frontale piccola (ed un buono scudo di ghiaccio cometario…). Non dimentichiamoci poi della Voyager che ci ha insegnato che i motori vanno tenuti il più lontano possibile dagli spazi abitati (radiazioni): insomma sembrerebbe che la forma più efficiente sia il cono, la piramide o il fuso. Possibilmente i motori dovrebbero essere montati su gondole o posteriormente, mentre la zona abitata va al centro (ben protetta).
      Per i wormhole la cosa è diversa. In quel caso l’efficienza si ha con la sfera effettivamente, a patto di entrarci a bassa velocità… rimane valido il discorso sulle velocità relative in battaglia, però.

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      Ackseth Autostoppista Galattico - 33° livello
      venerdì 04 dicembre 2015 @ 13:38 #

      Ho diviso in due il commento…

      I Superstiti di Ragnarok è un romanzo sulla falsa riga di Robinson Crusoe, nella prima parte. La storia della sopravvivenza in un luogo ostile. Dopo arrivano le (poche) battaglie nello spazio. Non ti aspettare un capolavoro, comunque…

      Misurare le prestazioni di due navi? Bisogna vedere che cosa intendi con prestazioni. Se è “in uno scontro diretto quale vincerebbe” la risposta è sempre Enterprise! :D
      No vabbé, è impossibile confrontare… A meno di non sfruttare una “classe equivalente”, come fa in effetti la marina, per definire la capacità offensiva: tipo questa è un incrociatore, l’altra una corazzata, l’altra una corazzata classe supernova assassina, eccetera.
      Però è opinabile…

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        Midnight990 Manipolatore Genetico - 21° livello
        lunedì 14 dicembre 2015 @ 20:47 #

        Era più su prestazioni di velocità, uno dei miei primi articoli era su uno scontro tra Enterprise e Galactica, dove vinceva la prima ma tutti avrebbero preferito la seconda. Ho dovuto aggiudicare la vittoria (se ricordo bene) per palese superiorità delle armi, i phaser sono orribilmente potenti a livello teorico. Le velocità delle astronavi sono una rogna, sia del Falcon che della Serenity oggettivamente non ci sono dati necessari. Per esempio nell’unico sito che avevo trovato c’era l’accelerazione ma non la velocità di picco…boh. Comunque sì vero conviene prua sottile, però mi ha sempre disturbato la tridimensionalità estrema di uno scontro del genere, perché che l’incontro avvenga fronte a fronte ha possibilità ridicolmente basse, essere su due piani coincidenti sarebbe raro, già solo per le imprecisioni di posizionamento nello spazio rilevate dai sensori. Guarda i motori sono l’ultimo dei problemi, perché le radiazioni che ci sono in giro per lo spazio ti uccidono comodamente anche se sei senza motori. Adesso non so a che situazione ti riferisci ma come l’abitacolo è scremato dall’esterno se usi lo stesso materiale per farci una parete puoi anche averli nella porta dopo. Problemi di termodinamica esclusi.

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    Heydn Tough Geek - 13° livello
    martedì 15 dicembre 2015 @ 02:08 #

    Beh mi hai fatto venire in mente un racconto carino di Sheckley “Scacco matto”. È notevole il fatto che non sia troppo Hard come fs, ma mi ha colpito la questione delle conformazioni guidate dai computer. Forse potevi inserirla!

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      Ackseth Autostoppista Galattico - 33° livello
      martedì 15 dicembre 2015 @ 09:14 #

      Avrei potuto. Se lo conoscessi… :D

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        Heydn Tough Geek - 13° livello
        mercoledì 16 dicembre 2015 @ 16:18 #

        Urania Millemondi 65 ;) È uno dei vari racconti brevi presenti, ma anche gli altri mi sono piaciuti. Ironici ma non scontati :)

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      Ackseth Autostoppista Galattico - 33° livello
      mercoledì 16 dicembre 2015 @ 17:50 #

      Dai! Hai ragione, l’ho anche letto!!!

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        Heydn Tough Geek - 13° livello
        giovedì 17 dicembre 2015 @ 14:28 #

        Lo so, anche perché di solito sei tu a consigliare libri a me e mi faceva strano tu non l’avessi letto! Ora ho due giorni di bulleggiamento bonus u.u

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