Racconto di Marryn Nine: Iupnothin – Ultima Notte

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Penultimo capitolo del racconto d’esordio del mio alter-ego Marryn Nine: Iupnothin.

Capitolo 1: Prima notte

Capitolo 2: Primo giorno

Capitolo 3: Seconda notte

Capitolo 4: Secondo giorno

Capitolo 5: Terza notte

Capitolo 6: Terzo giorno


Ultima notte

Aprì di scatto gli occhi. Intorno a sé non una luce, nemmeno un’ombra sembrava stagliarsi in quella che doveva essere la stanza della clinica. Non riusciva a sentire nemmeno un rumore o suono. Il silenzio lo lambiva come l’assoluta oscurità. Provava a girare lo sguardo da un lato all’altro, ma tutto pareva inutile: non riusciva a scorgere alcunché. Si mise seduto su quello che doveva essere il materasso del letto e gettò lontano le lenzuola con un lancio deciso. Non sentì nemmeno il suono ovattato del tessuto caduto per terra. Un’inquietante sospetto affiorò alla coscienza: era forse diventato sordo?

Brancolando nel buio, cercò l’interruttore della luce, tastando la parete che ricordava portasse alla porta. Non trovando nulla, decise di cercare la maniglia della porta, per uscire da quella prigione, ma ad ogni passo cresceva il dubbio che esistesse anche una qualche porta. Dopo una trentina di passi, sentì sotto le dita il tasto liscio dell’interruttore e l’abbassò: la luce non si accese. Provò ad alzarlo e abbassarlo senza fortuna. Un ulteriore sospetto ancora più tremendo del primo s’affacciò alla coscienza: oltre che sordo, era forse divenuto cieco?

Pensò ai possibili effetti collaterali dovuti all’intensiva somministrazione del farmaco degli ultimi giorni e si torturò al pensiero che la perdita di vista e dell’udito potevano benissimo essere presenti nella lista. Per la disperazione diede un pugno contro la parete che solo grazie al tatto poteva percepire: all’improvviso alla sua sinistra sentì chiaramente il cigolio di una porta che si apriva e vide un filo di luce fioca filtrare dalla stretta apertura. Consolatosi d’essere ancora in grado di vedere e sentire, uscì verso quello che ricordava essere il corridoio. In realtà trovò di fronte a sé delle sedie disposte a semicerchio di fronte ad un grande telo bianco. La luce si spense all’improvviso e partì la proiezione di un vecchio filmato: la pellicola abbastanza rovinata, lasciava intravedere tra chiazze scure sparse qua e là una bambina sorridente che teneva tra le braccia un grosso gatto nero. Una voce fuori campo cominciò a descrivere quello che sembrava essere un caso clinico:

«Paziente numero 001: Linda O’Connell. Età: 7 anni. Caratteristiche fisiche: capelli biondi, occhi cervone, altezza 114 cm, peso 16 kg. Padre: ignoto; Madre: Tara O’Connell. Residenza della paziente: Orfanotrofio dei Piccoli Miracoli di Maria.

La paziente presenta i seguenti sintomi: inappetenza, frequenti aritmie cardiache, disturbi del sonno, frequenti emicranie, tremori notturni.»

Il filmato proseguiva con un’intervista alla bambina:

«Il dottore ha detto che devo prendere la medicina per stare meglio. Per dormire bene. Mi ha detto che lo sciroppo bianco viene dai fiorellini…i gigli…secondo me se questi fiori sono così belli,non possono farmi male.»

Rodney sentendo quella voce, tremò dallo stupore, rendendosi conto che era la stessa della piccola Alice.

Dopo una breve pausa il filmato riprese: stavolta la bambina era seduta su una poltrona, la cui grandezza metteva in risalto il corpicino sempre più magro ed il visino emaciato. La voce fuori campo non aveva più quel tono deciso e fiero di prima, ma una nota di rassegnazione accompagnava quella che pareva essere la confessione del fallimento della terapia:

«La paziente dopo una prima risposta positiva al farmaco della durata di due settimane, ha cominciato a mostrare nuovamente i sintomi della malattia. Nonostante un aumento del dosaggio, non si evidenziano miglioramenti.»

Seguiva un’altra intervista alla bambina, il cui respiro irregolare non le dava modo di parlare con facilità:

«Il dottore vuole sempre sapere cosa vedo quando dormo… Io provo a dirgli che a parte parlare col mio gatto e con i miei amici, non faccio granché, ma lui non mi crede… Eppure Lisa e Rodney sono sempre ad aspettarmi in ospedale quando mi addormento… Anche loro prendono lo sciroppo bianco…»

Il filmato proseguiva con una nuova scena. Una piccola bara bianca al centro di una stanza modestamente arredata e la solita voce fuori campo, questa volta interrotta da singhiozzi:

«La piccola Linda ci ha lasciati… stanotte alle ore 21,00, il suo piccolo cuore ha smesso di battere… la terapia non ha funzionato. Ovunque tu sia, Linda cara, buon riposo.»

Da quell’ultima espressione Rodney s’accorse con orrore che quella era la voce del Dottor Madley Hatterson.

Sentì ad un tratto della musica proveniente da una porta aperta alle sue spalle.

“Non.. rien de rien… non… je ne regrette rien… c’est payé, balayé, oublié… je me fous du passé…”

Seguì la voce di Edith Piaf lungo tutto il corridoio rosa pastello, fino a raggiungere una porta a vetro accostata. La stanza era illuminata all’interno, ma non riuscendo a scorgere alcuna figura, decise di entrare, senza nemmeno bussare.

Il Dottor Hatterson, seduto alla sua scrivania, sembrava aspettarlo tranquillo con il suo inseparabile ghigno, mentre il giradischi continuava a trasmettere quella melodia. Resosi conto d’essere caduto nella tana del lupo, decise di scoprire le sue carte:

«Ho visto cosa ha fatto alla piccola Linda… La denuncerò… Dirò a tutti cosa ci state facendo… Racconterò anche la brutta fine di Lisa Billard…», il suo tono era determinato fino all’aperta ostilità.

Il dottore non parve per nulla scosso da quelle parole ed in tutta risposta alle minacce di Rodney si accese un sigaro e accavallò le gambe sulla scrivania. Con lente boccate di fumo si rivolse al suo interlocutore:

«Davvero sa dirmi cosa ha visto? Per caso ha la vaga idea delle condizioni in cui versava la bambina prima della terapia? Lei stesso è arrivato in clinica disperato! Le notti senza riposo, sentire il proprio corpo che diventa sempre più fragile, la mente che vacilla… Vuole dirmi che l’assunzione dello Iupnothin non le ha dato alcun tipo di sollievo? Insomma tutti voi… siete solo degli ingrati!», il tono di Madley si era fatto improvvisamente aspro, sottolineando un’insofferenza verso quelle lamentele. Senza attendere una replica, Hatterson continuò:

«Linda stava male ed il mio dovere era quello di aiutarla! Sono un medico io, non un ciarlatano! Lo ammetto, il farmaco necessita di ulteriori sperimentazioni… ma non reputo questa terapia un completo fallimento! Dopotutto voi nottambuli non desiderate forse il sonno? Persino gli antichi greci usavano due termini per designare l’atto del dormire: Hypnos e Thanatos, il Sonno e la Morte… vi sto dando la possibilità di trarre beneficio dal primo… per poter accettare meglio la seconda!», il ghigno del dottore si tramutò in uno sguardo allucinato. Rod era rimasto muto ed immobile, completamente terrorizzato dall’uomo che aveva di fronte. Madley ormai non sembrava più l’affabile medico del loro primo incontro:

«Rodney, lei mi accusa della morte della piccola Linda e di quella donna… ma la verità è che non vuole accettare l’idea d’essere lei stesso il responsabile della morte della povera Lisa Billard!».

Queste parole parvero macigni in caduta libera sul cuore scosso di Rod. Sentiva la testa girargli e le tempie battere sempre più forte. Le gambe gli cedettero e si trovò in ginocchio, ansimante, in preda ad un attacco di panico.

La rabbia parve annebbiargli la vista e la coscienza: quando si riebbe, notò a fianco a sé il corpo senza vita del dottore.

Sentiva la testa stranamente leggera, come se avesse scacciato via un cattivo pensiero. Cominciò a respirare profondamente, chiudendo gli occhi, quasi stesse riprendendo fiato dopo una lunga nuotata. Sentiva il suo cuore pulsare sempre più lentamente, fino a che si calmò completamente. Intorno a sé non udiva più la musica, ma solo il silenzio ed il ritmo regolare del suo battito cardiaco.

«Rod, ti prego, svegliati!».

All’improvviso la voce cristallina di sua moglie riecheggiò vicinissima al suo orecchio destro: si voltò di scatto, ma notò soltanto una luce lontana fuori dalla porta a vetro. Quasi ipnotizzato dal ricordo di quella voce fresca e allegra, si lasciò condurre lungo tutto il corridoio. La carta da parati rosa delle pareti trasudava un liquido biancastro che colava fino alla moquette scura del pavimento, creando un rigagnolo lattiginoso. In fondo al corridoio vide una figura: non sembrava molto alta, ma con una forza quasi magnetica attirava Rodney a sé. Giunto a pochi passi, si rese conto che era la piccola Linda O’Connell, sorridente, con in braccio il grosso gatto nero:

«Ora non hai più bisogno di restare in questa clinica. Devi solo svegliarti.».

Sentì all’istante il proprio corpo investito da un tiepido calore, poi una luce intensa lo costrinse a chiudere gli occhi.

 


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