Racconto di Marryn Nine: Iupnothin – Terzo Giorno

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Sesto capitolo del racconto d’esordio del mio alter-ego Marryn Nine: Iupnothin.

Capitolo 1: Prima notte

Capitolo 2: Primo giorno

Capitolo 3: Seconda notte

Capitolo 4: Secondo giorno

Capitolo 5: Terza notte


Terzo giorno

“…There is no other day… let’s try it another way… you’ll lose your mind and play… free games for May… see Emily play… “

Sentiva il cuore battergli all’impazzata nel petto. Ogni muscolo del suo corpo, anche il più piccolo, non sembrava rispondere a nessun tipo di input nervoso che il suo cervello provava ad inviare. Riusciva solo a spostare da un lato all’altro della stanza gli occhi, mentre le labbra rigide restavano serrate, nonostante avesse voglia di urlare e chiamare qualcuno. Provò a consolarsi, pensando che quella paralisi fosse temporanea e dovuta al sedativo che gli avevano somministrato la sera precedente. Cominciò a chiedersi se il malore avuto non risalisse a due giorni prima: quei sogni assurdi che faceva, lo confondevano sempre di più. Per un attimo si arrese all’idea di confidare tutto al dottore: l’incontro al parco con la bambina, il gatto nero e le strane scritte sui muri che gli capitava di leggere in sogno e al risveglio. Eppure sentiva in cuor suo che le parole della donna misteriosa, per quanto non fossero state chiarissime, avevano nutrito in lui un sentimento nei riguardi di Madley Hatterson, che probabilmente era nato nel momento stesso in cui si erano conosciuti: non riusciva in alcun modo a fidarsi, come se dietro ad ogni domanda, ad ogni parola apparentemente innocua si nascondesse qualcos’altro, un’intenzione non esplicita, che il suo istinto suggeriva essere malvagia.

Sentì bussare alla porta e senza avere la forza o il tempo per rispondere, vide con grande sorpresa il dottore entrare. Fu come se il solo pensare a lui bastasse per farlo apparire ogni volta: s’imbarazzò di sé stesso per aver anche solo concepito un’idea tanto assurda. Le parole della donna del suo sogno, per quanto incredibili, non smettevano di ronzargli per la testa, rendendolo oltremodo paranoico su ogni dettaglio del mondo reale. Hatterson lo salutò con un sorriso cortese, che a Rodney parve odioso, mentre s’affrettava ad avvicinare la sedia al letto. Cominciò a parlare, senza nemmeno fingere di stupirsi della paralisi del suo paziente:

«Buongiorno Rodney, come procede? Immagino che il suo corpo sia ancora addormentato, considerando l’alta dose di sedativo che le abbiamo somministrato. Dal movimento dei suoi occhi deduco che in questo momento è ben conscio di ciò che le sto dicendo. Non deve preoccuparsi: l’effetto svanirà a breve, io sono qui solo per accertarmi che tutto vada senza intoppi e per fronteggiare qualsiasi emergenza. Sa, abbiamo registrato le sue onde celebrali durante la fase REM e tramite l’elettroencefalogramma che farà a breve, saremo in grado di ricreare una mappatura degli episodi onirici che ha vissuto dalla prima somministrazione dello Iupnothin. Quando le avremo posizionato gli elettrodi sulla testa, io le mostrerò delle immagini: tutto quello che dovrà fare sarà lasciarsi andare alle emozioni che queste immagini susciteranno in lei.»

Rodney non aveva smesso per un attimo di fissare dritto negli occhi l’uomo col camice. Sebbene non fosse in grado di parlare o di alzarsi per andare il più lontano possibile dalla clinica, aveva già deciso di usare a suo vantaggio le istruzioni appena date dal medico: avrebbe cercato di frenarsi il più possibile durante quell’esame. Distogliendo lo sguardo dal suo paziente, Hatterson continuava a trattenere sulle labbra strette quel sorriso cortese, che ora assomigliava ad un ghigno sinistro. Uscì dalla stanza senza dire altro.

Nei minuti che seguirono, Rodney cercò con pazienza e determinazione a muovere qualsiasi parte del suo corpo: non avendo fortuna con le gambe, spostò la propria attenzione alle braccia, per poi rendersi conto che sarebbe stato più proficuo concentrarsi sulle dita delle mani. Ben presto fu effettivamente in grado di muoverle e riacquistò pian piano il controllo degli arti. Nonostante una crescente emicrania e un vago senso di nausea, cercò di alzarsi dal letto, pronto ad andar via anche in pigiama se necessario. Poggiando i piedi sul pavimento freddo, sentì un leggero brivido corrergli lungo la schiena: quello era senz’altro un buon segnale per il recupero della sensibilità. Si mise in piedi, dandosi la spinta con entrambe le braccia, per poi sentire le sue gambe cedere istantaneamente sotto il peso del suo corpo: cadde rovinosamente, rendendosi conto con grande sgomento che avrebbe dovuto strisciare fino alla porta. A fatica superò il comodino posto di fianco al letto e quando arrivò a mezzo metro dalla porta, un’infermiera fece il suo ingresso nella stanza, senza neanche bussare. Trovandolo lì per terra, s’affrettò ad uscire per chiamare aiuto. Entrarono due infermieri ben piazzati, che lo sollevarono da terra per poi rimetterlo sul letto. Rodney continuava a guardarli meravigliato: erano sorprendentemente identici ai due infermieri che nel suo sogno lo avevano tenuto fermo, mentre gli veniva somministrata un’altra dose dello Iupnothin.

La domanda sorse in lui spontanea ed inquietante al tempo stesso: quello era stato un sogno o la realtà?

L’infermiera misurò la pressione: non un sorriso, né una parola gentile, od uno sguardo di benevolenza fu rivolta al paziente, il quale ormai si sentiva più un topolino usato come cavia da laboratorio. Subito dopo aver trascritto i dati su uno schedario, la donna uscì dalla stanza, per poi tornare con un carrellino sopra il quale Rod intravide una siringa.

«Cosa mi state dando?», chiese in maniera brusca all’infermiera.

«Poche domande: il dottor Hatterson le ha già spiegato quale test sta per affrontare, giusto? Il resto è nostro dovere, non faccia i capricci, o saremo costretti a legarle mani e piedi al letto.», il tono burbero della donna rese quelle parole ancora più minacciose. Rod si zittì, meditando nel frattempo un modo per fuggire.

Nella stanza entrarono diversi medici, tra questi c’era Hatterson con il suo solito sorrisetto. Posizionarono l’elettroencefalografo di fianco al suo letto e cominciarono a sistemare gli elettrodi sulla sua testa, mentre di fronte a sé, da un monitor partì una sequenza di immagini: alcune non gli dicevano proprio nulla, altre richiamavano lontani ricordi sbiaditi. La nona immagine lo lasciò senza parole: era la foto di Alice il giorno del loro matrimonio. Dal suo sorriso si evinceva l’enorme emozione e felicità che la donna provava: i cappelli le incorniciavano il viso bellissimo e delicatamente truccato. La veletta bianca le cadeva sul lato sinistro, rendendo l’intera figura quasi ultraterrena. Una lacrima scivolò sul viso di Rodney e la macchina alla sua destra emise due segnali sonori ravvicinati. Stringendo i pugni, cercò di concentrarsi, pensando ad un’immagine fissa che non suscitasse alcuna emozione: pensò alla staccionata bianca che circondava il giardino della casa dove era cresciuto, insieme ai suoi nonni. Sentiva su di sé il ghigno odioso di Hatterson.

La tredicesima immagine lo scosse un po’: un grosso gatto nero seduto ai piedi di un palazzo di mattoni rossi. Come poteva una foto ritrarre una scena che aveva già visto da sveglio?

La macchina emise di nuovo i due segnali acustici ravvicinati. Rod cercò di pensare al roseto che sua nonna curava durante la sua infanzia.

La quindicesima immagine fu altrettanto destabilizzante: vi era la piccola Alice, con il visino imbronciato ed in mano reggeva un mazzolino di fiori bianchi. A Rod non ci volle molto a capire che quelli erano dei gigli. La macchina emise diversi bip sempre più frequenti. Il volto di Hatterson sembrava soddisfatto. Senza dire una parola l’equipe di medici andò via, lasciando Rodney solo.

Inaspettatamente giunse il sonno.

All’improvviso venne il buio.

 


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