Racconto di Marryn Nine: Iupnothin – Terza Notte

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Quinto capitolo del racconto d’esordio del mio alter-ego Marryn Nine: Iupnothin.

Capitolo 1: Prima notte

Capitolo 2: Primo giorno

Capitolo 3: Seconda notte

Capitolo 4: Secondo giorno


Terza notte

…you are my sunshine, my only sunshine… you make me happy, when skies are grey… you’ll never know dear, how much I love you… please don’t take, my sunshine away…

Sentiva la voce allegra di Doris Day cantare da dietro la porta chiusa della sua camera. Incuriosito, Rodney scese dal letto e si diresse verso il corridoio: il solito tenue fascio della luce d’emergenza illuminava le pareti rosa e la moquette scura già viste. La folla di medici ed infermieri di quella stessa mattina era scomparsa. Le note di “You are my sunshine” sembravano provenire da dietro l’angolo alla sua sinistra e nonostante la voce chiara della cantante ed il motivetto vivace del ritornello, non riusciva a scacciare un vago senso d’oppressione nel suo cuore: come se presagisse qualcosa di funesto. Ad ogni passo incerto che muoveva, cresceva in lui l’inquietudine, ad ogni secondo il battito accelerava ed il respiro si faceva più corto, fino a quando non ebbe svoltato l’angolo ed il cuore gli si fermò definitivamente in gola: sulla carta da parati, che adesso ai suoi occhi appariva logora e sporca, vi erano incise diverse scritte, come se qualcuno avesse strappato di proposito la carta dal muro. Una di queste sovrastava le altre per la grandezza dei caratteri:

ROD SVEGLIATI.

Gli parve di sentire un gatto miagolare dal fondo del corridoio, all’altezza di un altro angolo sulla sinistra. Imboccandolo, sentì il suono duro delle zampette che grattavano sull’unica porta di quel corridoio. Quando l’aprì, vide con stupore il solito gatto nero, seduto, mentre lo fissava con un curioso ghigno sul musetto, quasi fosse soddisfatto di averlo attirato dentro la stanza. Alzando lo sguardo sul fondo della camera, vide una donna seduta sul letto che tranquillamente sorrideva: era la stessa che la piccola Alice gli aveva presentato nel sogno della notte precedente. Questa volta però non sembrava sofferente: sul viso pallido e dai lineamenti delicati comparve un timido sorriso, come se attendesse già da tempo il suo arrivo, ma non sapesse bene come accoglierlo.

«Salve, la nostra piccola amica mi aveva detto che saresti venuto. Prego, siediti qui, di fianco a me. Immagino tu abbia non poche domande.», disse la donna, posando una mano sul letto. I nervi scossi di Rodney cominciarono ad allentarsi, mentre lungo tutto il corpo sentiva un leggero formicolio ed un senso di serenità gli riempì il cuore. Si sedette senza dire una sola parola, quasi temesse di rompere la fragile atmosfera venutasi a creare. Solo dopo qualche minuto, la donna decise di prendere l’iniziativa:

«Se riesci ancora a vedere il gatto, significa che pensi d’essere in grado di svegliarti. Non vorrei essere io a darti una simile notizia, ma non credo ci sia un’altra possibile soluzione. La verità è che qui sembra tutto così reale… le prime notti che ho preso il giglio bianco, pensavo di dormire e sognare, come fanno tutti del resto. La mattina mi svegliavo e tutto procedeva normalmente: pensavo di aver ripreso il controllo della mia vita. Quando ho incontrato Anna anche in pieno giorno, ho intuito che qualcosa non andava…», Rodney, che l’aveva ascoltata in religioso silenzio, corrugò d’un tratto la fronte:

«Mi scusi, devo proprio chiederglielo: chi è Anna?»

La donna alzò per un istante il sopracciglio sinistro, un po’ sorpresa per quella domanda. Poi le parve di capire e con il suo timido sorriso proseguì:

«Intendo dire la bambina… più la guardo e più mi appare chiaro il ricordo di una vecchia fotografia della mia nonnina Anna, scattata nel giorno del suo settimo compleanno. La bambina probabilmente a lei ricorda qualcun altro. », mentre la donna diceva queste parole, Rod per un secondo pensò ad una vecchia fotografia di sua moglie che avevano incorniciato ed appeso nel salotto di casa: la somiglianza con la piccola Alice era incredibile.

Ad interrompere il flusso di pensieri fu la mano leggera e bianca della donna, che si posò sulla sua e con delicatezza la strinse:

«Ciò che importa adesso è che lei la smetta subito con quei gigli! Non sprechi tempo prezioso come ho fatto io…», disse, abbassando lo sguardo verso il pavimento, mentre un’ombra di tristezza oscurava quel bel volto. Rodney si scoprì nuovamente confuso:

«Continuate tutti a ripetermi di non prendere questi maledetti gigli, ma io non so proprio di cosa stiate parlando! E poi cosa significa che lei ha perso tempo?…», avrebbe voluto continuare con altre domande, ma la donna lo fissava con una sguardo talmente angosciato, da indurlo a zittirsi. Di colpo gli tornò alla mente il trambusto in clinica della mattina precedente: cominciò a chiedersi, se davvero quella donna non fosse morta. Fu come se lei stesse leggendo quei suoi pensieri assurdi, perché, senza staccargli gli occhi di dosso, con convinzione disse:

«Chieda lei stesso agli infermieri di Lisa Billard…», e prendendo entrambe le mani di Rod nelle sue, aggiunse:

«Per nessuna ragione deve parlare dei suoi sogni con lui: è chiaro?», il suo sguardo sembrava terrorizzato. Al contrario dal volto di Rodney traspariva soltanto una confusione totale.

«Lui chi? Il Dottor Hatterson?», pronunciò quel nome in un soffio, notando il corpo esile e magro della donna sobbalzare leggermente dal letto. Lei lo guardò di nuovo in preda al terrore:

«Non deve mai pronunciare quel nome! E’ in questo modo che riesce a trovarla sempre e a darle il farmaco… se vuole svegliarsi, deve evitare di prendere ancora quel veleno che le somministrano!».

Dalla cassa acustica della sveglia il melodioso suono della voce di Doris Day cominciò a distorcersi, lasciando il posto alla voce del Dottor Hatterson:

«Rodney mi sente? Sono Madley! …Deve svegliarsi, ha capito? …Si svegli…».

Non appena ebbe aperto gli occhi, vide il dottore seduto con le gambe incrociate di fianco al suo letto, che lo fissava con uno strano ghigno sul viso. Il riflesso bianco ed accecante della luce sulle lenti nascondeva completamente gli occhi del dottore, disorientando ulteriormente Rod. Si mise seduto sul letto molto lentamente, notando come la forza di gravità appesantiva braccia e gambe, ancora parzialmente addormentate. L’atmosfera piena di silenzio ed apparente calma, fu spezzata dalla voce del medico, il cui tono oscillava tra l’affabile e l’aspro:

«Noto con piacere che sei sveglio finalmente… ci hai dato un bel da fare con quel malore… ora sai quanto sia importante fare ogni giorno i controlli di routine… devo proprio dirtelo: sei il paziente che presenta la miglior risposta allo Iupnothin, sarebbe un vero peccato se ci lasciassi proprio ora…», il ghigno disegnato sulle sue labbra trasmetteva a Rod un vago senso d’inquietudine, mentre il dottore estraeva dalla tasca interna del camice il suo taccuino.

«Allora hai di nuovo sognato quella bambina? O stavolta è stato il gatto nero a parlare?».

L’ultima domanda gli gelò il sangue nelle vene: si chiese come poteva Hatterson sapere del gatto nero, se lui non ne aveva mai accennato prima. Cominciò a domandarsi se l’ultimo avvertimento della donna del sogno non fosse giusto e se effettivamente poteva o meno fidarsi del medico.

«Mi dispiace ma non ricordo di aver sognato alcunché.», disse con finta noncuranza, facendo spallucce ed evitando di guardare troppo a lungo il suo interlocutore dritto in faccia. Il ghigno del dottore si trasformò in un risolino nervoso:

«Va bene Rodney, allora chiamerò l’infermiere per somministrarti la dose di Iupnothin.», disse, mentre si alzava dalla sedia, senza però allontanarsi dal suo letto. Rodney si voltò a destra per leggere l’ora sul display della radiosveglia, ma si accorse che non c’era più. Confuso, si rivolse al dottore:

«Che ore sono? E’ già ora di andare a dormire?».

Hatterson continuava a fissarlo con un’espressione strana sul volto. Sembrava sicuro di sé, come un predatore quando ha in pungo la propria preda:

«Beh Rodney mettiamola così: o ripetiamo per bene l’esperimento e tu mi dici cosa hai sognato, oppure continuerò a farti dormire, fino a quando non ti deciderai a raccontarmi i tuoi sogni…», aveva sottolineato con enfasi l’espressione “per bene”, lasciando trapelare un leggero nervosismo, che cercava di camuffare dall’inizio della loro conversazione. Il volto di Rodney invece non dava adito a dubbi: della poca fiducia che nutriva nei confronti del dottore non vi era ormai alcuna traccia e sul suo sguardo comparve un’espressione ostile.

«E se dovessi rifiutarmi?», disse, senza smettere di guardare l’uomo col camice, che in quel momento stava giocherellando con un oggetto piccolo e metallico, sul quale la luce si rifrangeva, creando piccoli bagliori luminosi.

«Potrei sempre usare questo…», disse, mostrandogli un bisturi.

Aprì di scatto gli occhi: vide il dottore seduto con le gambe incrociate di fianco al suo letto.

«Noto con piacere che sei sveglio finalmente… ci hai dato un bel da fare con quel malore… ora sai quanto sia importante fare ogni giorno i controlli di routine.», sentendo di nuovo quelle parole Rodney fu scosso da un fremito. Senza dire una parola si voltò verso il comodino alla sua destra: la radiosveglia segnava le 20,55. A breve sarebbe scattata l’ora per la somministrazione del farmaco. Provò ad alzarsi dal letto, deciso a tornare a casa sua. Hatterson gli si avvicinò, poggiandogli la mano sulla spalla destra, mentre provava a convincerlo di rimettersi a letto:

«Rodney ti prego, non costringermi a chiamare gli infermieri… », Hatterson cercava di trattenerlo, aumentando gradualmente la stretta sulla spalla. Quando finalmente Rodney riuscì a divincolarsi, aprì la porta: due infermieri alti e ben piazzati lo presero con la forza e lo rimisero a sedere sul letto, mentre una donna col camice gli iniettava una sostanza bianchiccia nel braccio.

Guardava quel gruppo parlare a voce bassa, rivolgendogli lo sguardo a turno di tanto in tanto, mentre sentiva il suo corpo pietrificarsi sempre di più. Poi giunse il buio.

Aprì gli occhi. La sveglia segnava le 6,00, mentre dalla cassa acustica si diffondevano nella stanza le note di “See Emily Play” dei Pink Floyd.

 


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