Racconto di Marryn Nine: Iupnothin – Secondo Giorno

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Quarto capitolo del racconto d’esordio del mio alter-ego Marryn Nine: Iupnothin.

Capitolo 1: Prima notte

Capitolo 2: Primo giorno

Capitolo 3: Seconda notte


Secondo giorno

… me and you and you and me… no matter how they toss the dice, it had to be… the only one for me is you, and you for me… so happy together…”

Sentì un lieve vocio proveniente dal corridoio, attutito dalla porta chiusa della sua stanza. I toni, che percepiva come soffocati, parevano agitati, in un’alternanza di voci maschili e femminili. In particolare due voci acute, si facevano sempre più vicine alla sua porta. Riuscì a distinguere chiaramente solo una frase:

«… l’ho trovata già morta. Sembrava dormisse ancora…».

Un senso d’inquietudine improvvisamente gli attanagliò il cuore: come se il lontano ricordo di qualche incubo si stesse pian piano risvegliando dalla sua coscienza. Si alzò di scatto, si vestì in fretta ed uscì.

Di fronte a sé vide che il corridoio pullulava di infermieri e medici dallo sguardo atterrito, alcuni ancora immersi in conversazioni mormorate e borbottii a bassa voce. Vedendo quel paziente che camminava in mezzo a loro, abbassavano lo sguardo, quasi temessero di dovergli rivolgere la parola. Ad un tratto sbucò da un angolo il Dottor Hatterson.

«Rodney! Già sveglio? Ha fatto le visite di controllo?», disse affabilmente il medico, trattenendolo per le spalle ed accompagnandolo dolcemente alla stanza. Dopo aver chiamato un’infermiera, si allontanò a passo svelto, scomparendo in uno dei tanti corridoi di quell’intricato labirinto rosa.

L’infermiera misurò la pressione in silenzio. Rodney ebbe l’impressione di sentire il battito accelerato contenuto nel petto della donna, mentre i loro occhi seguivano la lancetta dello sfigmomanometro. Un improvviso tremolio delle sue mani, fece scivolare sul pavimento lo strumento. L’espressione sul volto della giovane sembrava eccessivamente mortificato:

«Le chiedo scusa, oggi deve essere una giornata no: non me ne va bene una!», il sorriso dipinto sulle sue labbra rosa era timido e per nulla convinto. Rodney ebbe il pretesto per conversare:

«Si figuri. Cosa è successo? Oggi sembrate tutti su di giri…».

La donna sgranò i grandi occhi neri e cercò di rassicurare il paziente:

«Una paziente ha avuto un malore al suo risveglio questa mattina. Ma abbiamo già provveduto a prestarle le prime cure. Si rimetterà presto.».

Come un lampo a ciel sereno, nella sua mente riaffiorò il ricordo dello strano sogno avuto quella notte: la donna sul letto, mostratagli dalla piccola Alice.

L’ingresso inaspettato del Dottor Hatterson nella stanza, fece sobbalzare leggermente entrambi. L’infermiera sgattaiolò immediatamente fuori, chiudendo la porta dietro di sé. Il dottore si sedette e cominciò con le sue domande di routine:

«Allora Rodney ha fatto bei sogni stanotte?».

La domanda suscitò in lui una strana agitazione. Pensò alla donna stesa sul letto e alla piccola bambina, ma non riusciva a ricordare nitidamente cosa avesse visto durante tutto il sogno. Reclinò lentamente la testa, spostando lo sguardo sul soffitto bianco, trasformatosi in avorio dalla penombra nella stanza.

«Ricordo solo che una bambina mi ha attirato fuori dalla stanza, ma il resto del sogno è talmente confuso…».

Il medico lo guardò con seria attenzione, ripetendo, mentre prendeva nota sul suo taccuino:

«Una bambina ha detto? Saprebbe descrivermela? O almeno sarebbe capace di associarla a qualcuno che ha incontrato o visto nei giorni scorsi?», accavallando le gambe, si sistemò sulla sedia, inarcando un poco le spalle, quasi temesse di perdere qualche parola che il paziente stava pronunciando.

«Beh è una bambina come tante. L’unico particolare che mi ha colpito è il colore dei capelli, lo stesso di Alice mia moglie… Anche lei dice di chiamarsi così.».

Un guizzo parve illuminare gli occhi scuri del dottore, il quale non aveva smesso di scrivere per tutto il tempo. Poggiando il mento sul pugno chiuso, continuò:

«Rodney vuole parlarmi di Alice?».

Ricordava fin troppo bene l’incidente e quel doloroso epilogo: la strada bagnata aveva fatto sbandare un’auto che viaggiava a velocità sostenuta in senso opposto, colpendo violentemente la loro auto e spingendoli lungo il guardrail. Mentre Rod era stato salvato dall’airbag, la cintura di sicurezza nell’impatto aveva accentuato l’incrinatura di un paio di costole ad Alice, causando un’emorragia interna. L’arrivo in ospedale non era servito a molto, se non a stabilire l’orario del decesso della donna: le 21,00.

Strinse entrambi i pugni ed in un soffio disse:

«Alice non c’è più.».

Il dottor Hatterson decise di cambiare strategia:

«Rodney quando sono iniziati i primi episodi d’insonnia?».

Rod alzò lo sguardo, guardando il suo interlocutore dritto negli occhi. Effettivamente aveva smesso di dormire dopo esser stato dimesso dall’ospedale: prima il funerale di sua moglie, poi il cordoglio di parenti ed amici, avevano finito per opprimerlo sia di giorno che di notte. Cambiare casa non era servito a molto: anche se non era più circondato dai ricordi della sua vita con Alice, la sua assenza costituiva un dolore insopportabile.

Il silenzio ostinato del suo paziente, indusse Madley ad interrompere la sequela di domande, lasciandolo tornare a casa.

Ad accoglierlo fuori dalla clinica c’era un cielo ingrigito da nubi scure, che intralciava i raggi luminosi del sole. Lungo la strada verso casa gli parve di vedere un’ombra nera attraversargli la strada, scomparendo dietro un angolo. Fermatosi per guardare meglio in quella direzione, notò una scritta sul muro:

Non provare a scappare. Ti devi soltanto svegliare.

Giunto a casa sua, vide lampeggiare la spia del telefono. Aveva un messaggio registrato sulla segreteria telefonica:

«Non l’hai svegliata. E lei ora è andata via, per sempre.», seguiva il lamento della piccola Alice. Premendosi le tempie e gemendo per la forte emicrania che cominciava ad assalirlo, decise di ritornare in clinica.

All’infermiere seduto dietro al banco dell’accettazione, chiese se il dottor Hatterson era occupato, adducendo come motivazione un consulto d’emergenza. Sentiva il flusso sanguigno pompargli dietro le tempie, mentre il cuore impazziva nel suo petto. Non fece in tempo a sentire dietro alle sue spalle la voce del dottore che lo chiamava, poiché si accasciò privo di sensi.

«Rodney svegliati.», sentì la voce di sua moglie ed aprì gli occhi.

Un gruppo di medici ed infermieri chini su di lui, confabulavano, lanciandogli di tanto in tanto occhiate preoccupate.

Madley gli si parò d’innanzi e lo salutò con un sorriso:

«Rodney, ben svegliato. Hai avuto un calo di pressione in seguito ad un’anomalia cardiaca. Ti abbiamo somministrato un potente sedativo. Rilassati, sei in buone mani.».

Rodney chiuse gli occhi e giunse il buio sonno.

 


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