Racconto di Marryn Nine: Iupnothin – Seconda Notte

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Terzo capitolo del racconto d’esordio del mio alter-ego Marryn Nine: Iupnothin.

Primo capitolo: Prima Notte

Secondo capitolo: Primo Giorno


Seconda Notte

Camminando, diretto verso la clinica, Rod non riusciva a smettere di pensare alla bambina coi capelli rossi incontrata al parco. L’aveva guardata a lungo, ammutolito, mentre lei lo investiva di domande: dove viveva, se gli piaceva andare al parco, a che ora sua madre sarebbe andata a riprenderlo per portarlo a casa. L’atteggiamento vivace ed allegro di quella piccola creatura lo lasciava stupefatto, quasi lei lo vedesse come un proprio coetaneo. Cominciarono a vorticargli nella mente decine di domande da porre a sua volta, ma restava in silenzio. Fissandola, continuava a pensare a sua moglie ed al loro primo incontro.

Era un tardo pomeriggio autunnale e le chiome degli alberi ingialliti sulle strade, sembravano intonarsi ai capelli rossicci della donna. Non smetteva di sorridere ad ogni parola che lui le rivolgeva ed i denti bianchissimi, accentuavano il colore delle sue labbra, tinte con un rossetto vermiglio. Lei gli si era avvicinata, chiedendo indicazioni per raggiungere un locale esclusivo della città, che lui riteneva troppo snob per chiunque avesse un po’ di sale in zucca. Rod le aveva risposto con cortesia, non nascondendole comunque il suo punto di vista in maniera schietta. Alice aveva accolto quel comento con una bellissima risata ed aveva chiesto dove avrebbe dovuto secondo lui passare la serata con le sue amiche. Nonostante la sua indole timida, aveva proposto di portarle in un pub, poco lontano dal centro, pagando lui per tutte. Lei con un sorriso sarcastico aveva risposto che sarebbero state un gruppo di sei ragazze. Alzando il sopracciglio e deglutendo sonoramente, Rodney si lasciò sfuggire un flebile “va bene”. Seguì la fragorosa risata di Alice ed il loro primo appuntamento.

Tornato con la mente al parco ed alla sua misteriosa piccola interlocutrice, si rese conto che la bambina non sembrava turbata del suo silenzio, come se attendesse sicura una qualche risposta. Lo guardava dritto negli occhi, cercando un segnale sul suo viso, speranzosa che l’uomo le prestasse la giusta attenzione. Lui fu solo in grado dirle:

«Non posso restare, è tardi. Devo andare, mi dispiace.».

Si allontanò, senza voltarsi indietro neanche per un istante.

In accettazione un’infermiera bruna e dalla pelle color ebano lo accolse con un sorriso gentile, ma quando lesse il cognome di Rodney, il suo sguardo sembrò rannuvolarsi per qualche secondo, cedendo il posto ad un tono di voce leggermente imbarazzato:

«Potrà attendere in camera l’arrivo del dottor Hatterson. Buon riposo.».

Si diresse in camera, la stessa della notte precedente, con un’inquietudine che difficilmente avrebbe potuto spiegare persino a sé stesso. Il medico non si fece attendere molto, salutandolo affabilmente.

«Salve, sono il dottor Hatterson. Può chiamarmi Madley se preferisce, così io potrò chiamarla Rodney, le va bene?».

Rod annuì con la testa ed un timido sorriso comparve per pochissimo sul suo viso. Non gli piaceva dar confidenza agli estranei, ancor più trattandosi di un medico mai visto prima. Si sentiva irritato, ma si finse calmo e si sedette sul letto, mentre il dottore poneva alcune domande. Dopo aver chiesto se durante il giorno si fossero presentati degli effetti collaterali, accentuando col tono di voce l’espressione “di qualsiasi genere”, chiese al paziente se avesse fatto dei sogni durante la notte di prima somministrazione dello Iupnothin. Rod con naturalezza disse di non ricordare nulla di particolare, ma confessò con franchezza di essersi svegliato con l’impressione di aver avuto un sonno in qualche modo agitato, sebbene al risveglio si fosse sentito ristorato. Il medico appuntò qualche frase sopra un taccuino e continuò con le sue domande:

«Ha per caso avuto episodi allucinatori durante il giorno? Le è parso di sentire qualcosa, senza capirne la direzione di provenienza? Ha visto qualcosa che si è rivelato non esistere realmente? Le è capitato di parlare con qualcuno di completamente estraneo, scoprendo in un secondo momento che era stata un’allucinazione?».

Sentendo le prime domande, pensò che il medico fosse abituato secondo una prassi a porle e con convinzione rispose negativamente. L’ultima l’aveva lasciato invece un po’ perplesso: la piccola Alice poteva esser stata un’allucinazione? Non essendone sicuro, cercò di rispondere in maniera vaga, parlando delle strane risate che sentiva provenire alle sue spalle. Il medico lo guardava con un’espressione imperturbabile:

«Queste risate che sente, hanno un timbro vocale riconducibile ad un qualche conoscente?».

Alla risposta negativa di Rod, il dottor Hatterson scarabocchiò qualcosa sul foglietto e lo salutò, stringendogli la mano. Restò solo ed assorto nei suoi nebulosi pensieri, cercando di porsi la giusta domanda a cui saper dare una risposta. Dalla sveglia una voce femminile avvertiva che erano le 20,55, seguita dalle note del Notturno op.9 n.2 di Chopin. L’infermiera giunse quasi nello stesso istante, per la somministrazione del farmaco. Rodney si stese e tirò le coperte verso le spalle.

Poi si spense la luce. Poi giunse il sonno.

«Rod svegliati!».

Aprì di scatto gli occhi. Buio. Il cuore gli batteva forte nel petto. Aveva sentito la voce di sua moglie. L’aveva sentita troppo chiaramente per pensare ad un abbaglio. Alice gli aveva chiesto di svegliarsi. Si mise a sedere e dalla luce dei lampioni che filtravano debolmente dalle fessure della persiana, notò un’ombra immobile in fondo alla stanza, alla sua destra. Si alzò ed andò ad accendere la luce. In piedi di fronte a lui sorrideva la bambina incontrata al parco.

“Cosa ci fa qui?”, pensò, mentre le labbra gli restavano sigillate.

Senza dire una parola, la piccola uscì in fretta dalla stanza. All’istante Rod si precipitò alla porta, ma affacciatosi al corridoio poté notare di nuovo solo la luce d’emergenza che illuminava debolmente le pareti rosa. Non vi era traccia della bambina. Svanita. Per un attimo gli balenò alla mente la domanda del dottore sulle allucinazioni e stava per tornare in camera, se non fosse stato per un miagolio improvviso proveniente da dietro l’angolo alla sua sinistra. Si incamminò piano verso quella direzione e quando svoltò l’angolo con sua grande sorpresa trovò il gatto nero che aveva visto quella stessa mattina, seduto al centro del corridoio. Ancora più grande fu lo sgomento provato nel sentire l’animaletto proferire parola:

«Se proprio non vuoi morire, di certo ti devi svegliare.».

Con gli occhi ancora spalancati, guardò il gatto dissolversi: prima la coda, poi le zampe posteriori, quelle anteriori ed infine la testolina.

Qualcosa afferrò delicatamente la sua mano destra e gli ci vollero pochi istanti per capire che stava stringendo la mano paffuta della piccola Alice.

«Adesso possiamo giocare?», disse con un sorriso delizioso.

Si lasciò condurre da lei lungo tutto il corridoio, per poi svoltare a sinistra, in direzione della porta di una camera. Pensando si trattasse della stanza di un altro paziente come lui, che probabilmente si stava godendo il meritato riposo, cercò di fermare la piccola:

«Alice non possiamo entrare, qui si dorme, sai?».

Noncurante delle sue parole, Alice aprì la porta, adducendo quella che per lei doveva essere una legittima ragione:

«Qui c’è una mia amica, lei è buona, proprio come te. Non deve dormire. Altrimenti morirà!».

Nel suo tono innocente traspariva una certa preoccupazione, che inquietò notevolmente Rodney, nonostante il senso di quelle parole non gli fosse del tutto chiaro.

«Morire? E perché dovrebbe?».

La bambina si voltò verso di lui e lo guardò con serietà, quasi volesse parlare chiaramente con lui, per non doversi più ripetere in seguito:

«Quando si mangia ogni notte il bianco giglio, si finisce per non svegliarsi più… Il dottore non te l’ha detto?».

Rodney avrebbe voluto chiedere ulteriori spiegazioni, quando una debole voce femminile, interruppe il loro discorso:

«Ciao piccolina! Hai portato un nuovo amico?».

Era una donna dalla pelle bianchissima, sul quale cadevano dei lunghi capelli scuri. Era stesa sul letto, incapace di muovere perfino la testa verso di loro. Si avvicinarono a lei molto lentamente, quasi non volessero disturbarla col suono dei loro passi, senza smettere di tenersi per mano. La bambina si rivolse alla donna, volgendo lo sguardo verso Rod di tanto in tanto:

«Questo è un mio amico, si chiama Rodney. Lui ha mangiato pochi gigli bianchi, potrà sicuramente svegliarsi e venire a chiamarti, ora che ha visto dove ti trovi.».

Guardava Rod con occhi supplichevoli e abbassando la voce disse:

«Vero che la salverai? La sveglierai con un bacio, come si fa con le principesse delle fiabe!».

L’uomo era impietrito. Non riusciva a capire cosa intendesse dire la bambina e, non sapendo cosa risponderle, restò in silenzio.

«Rodney ti prego, dille di svegliarsi! Salvala! Non lasciare che mangi ancora quei dannati fiori!».

Aprì nuovamente gli occhi. La sveglia segnava le 6,00 e la stanza veniva inondata dalle note di “Happy Together” dei Turtles.

 


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