Racconto di Marryn Nine: Iupnothin – Primo Giorno

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Secondo capitolo del racconto d’esordio del mio alter-ego Marryn Nine: Iupnothin.

Per leggere il primo, potete andare qui.


Primo giorno

…you’re my candy girl… And you’ve got me wanting you…”

La tenue luce, che filtrava dalle serrande ancora abbassate della finestra, aveva trasformato le bianche pareti della stanza in un acquario azzurrognolo. Restò a fissare immobile il soffitto. Si sentiva riposato e calmo. Aveva perfino sognato, anche se ormai ricordava solo qualche immagine onirica e le forti sensazioni provate, che acceleravano leggermente il battito cardiaco. Si alzò dal letto, percependo un leggero formicolio alle gambe e alle braccia, dovuto forse a qualche effetto collaterale del farmaco. Si rivestì rapidamente, pronto per la visita di controllo dell’infermiera, ripensando a come si sentiva ristorato ed energico. Entrò nella stanza un ragazzo alto e dalle spalle larghe, che con un sorriso gentile spingeva un carrello, sopra il quale c’era lo sfigmomanometro. Notando la poca luce in camera, si diresse ad alzare le persiane ed aprire la finestra per far entrare aria fresca, mentre chiedeva al paziente come avesse passato la nottata. Rodney abbozzò un timido sorriso e disse semplicemente che aveva dormito. In realtà era euforico, si sentiva sollevato: ormai pensava d’essere un caso senza speranza.

Dopo aver misurato la pressione, senza riscontrare anomalie allarmanti, venne condotto nella stanza dell’elettrocardiografo, dove l’attendeva una giovane donna bionda, sorridente anche lei, che gli fece la stessa domanda dell’infermiere, mentre sistemava gli elettrodi e guardava con attenzione le linee disegnate sull’elettrocardiogramma.

L’ultimo esame di routine fu l’elettroencefalogramma, questa volta eseguito da un gruppo di medici, i quali non gli porsero alcuna domanda, né tentarono di intraprendere una conversazione. Uscì dalla clinica, mentre in filodiffusione veniva trasmesso il jingle pubblicitario:

«…per il vostro sonno, noi della Clean Dreams Clinic studiamo le migliori soluzioni che la scienza moderna possa offrire. Buon riposo.»

Il sole di quel caldo Giugno, spinto da una brezza leggera, sembrava cingergli teneramente le spalle. I colori vividi del mattino attrassero l’attenzione di Rodney, come se fosse un bambino alla prima scoperta del mondo esterno. Anche la forza di gravità pareva diversa, meno opprimente, tanto da indurlo a fare una passeggiata per la città brulicante e vivace. Aveva svoltato l’angolo di un alto palazzo di mattoni rossi, per godere sotto l’ombra fresca, quando all’improvviso sentì la risata di una bambina alle sue spalle. Si girò di scatto, senza davvero rendersene conto, immerso nei pensieri com’era. Non vedendo nessuno, stava tornando sui suoi passi, se non fosse stato per un dettaglio che lo colpì profondamente: sulla sua destra un gatto nero, seduto ed immobile lo fissava con un’espressione incuriosita. Sopra la sua testa svettava una frase di vernice bianca:

La mente è un labirinto. Stai attento e fatti coraggio.

Rimase fermo per qualche minuto, stupito per quella scritta, che sentiva stranamente destinata a lui. Proseguì lungo il vicolo e di nuovo gli parve di udire la risata da bambina. Non si voltò e continuò a camminare, fino a raggiungere una zona piena di passanti in preda alle proprie occupazioni, indifferenti a quell’uomo che fissava tutti come inebetito da quella confusione spettacolare. Giunto di fronte all’ingresso di un caffè del centro, nel quale non metteva più piede da molti mesi, indugiò innanzi alla grande vetrina decorata con tanti sacchetti di caffè tostato colorati ed una lavagnetta nera a forma di chicco di caffè con su scritto “SVEGLIATI!”. Sorrise, pensando che quella mattina poteva dirsi ben sveglio, grazie alla bella dormita di quella notte. Entrando nel bar, venne accolto dal cameriere dietro al bancone con una cortese allegria, il quale lo sorprese, porgendogli una tazzina di caffè macchiato al latte, senza che lui avesse ordinato alcunché. Pensò che fosse dovuto all’esperienza nella professione, sorseggiando piano e con gusto quella miscela dolce e amara al tempo stesso. Alzando lo sguardo verso l’uomo dietro al bancone, Rodney disse:

«Se non fosse per il calore che il mio corpo sente, penserei di stare ancora nel letto a sognare, tanto è bella questa giornata.».

Il cameriere annuì sorridendo, per poi alzare un sopracciglio, mentre con tono perplesso diceva:

«A volte perfino il corpo viene ingannato dal sonno.».

Rod rimase spiazzato da una simile affermazione, decidendo di finire in silenzio il caffè, pagare ed andarsene al più presto. Quelle parole avevano suscitato una profonda inquietudine, inducendolo a prestare più attenzione a ciò che percepiva attraverso i propri sensi: la ceramica calda e liscia della tazzina, il fruscio della carta ruvida delle banconote, o il tintinnio dei bicchieri di vetro. Tutto sembrava assolutamente reale. Tutto era reale. Doveva esserlo per forza.

Il resto della mattinata lo trascorse al parco, seduto su una panchina, guardando il panorama naturale che lo circondava e respirando profondamente per assaporare con piacere della calma ritrovata. Il volto di sua moglie apparve all’improvviso tra i suoi pensieri, mentre ricordava un passato, ormai destinato a pesare sul suo cuore. Pensò ai primi anni del loro matrimonio, quando con una certa assiduità lei lo convinceva a passare il week-end fuori casa, ogni volta con un’attività sportiva diversa. Quella donna era un uragano: l’aveva travolto inaspettatamente con la sua vitalità e, senza che se ne rendesse conto, si erano ritrovati a condividere la vita con gioia e spensieratezza. Per un attimo fu come rivedere di fronte a sé la sua testa piena di folti ricci rossi, ramati dai riflessi del sole. Per pochi istanti fu come se il suo cuore balzasse fuori dal petto. La lingua si seccò di colpo e trattenne il respiro. Poi comprese: effettivamente c’era una bambina che sorridendo lo guardava, restando in piedi innanzi a lui. Sembrava stesse aspettando una sua parola, quasi lo conoscesse, ma poiché Rodney s’era trasformato in una statua di sale, spazientita la bambina gli si sedette accanto e si presentò:

«Ciao io sono Alice. Vuoi giocare con me?».

Con gli occhi spalancati per la meraviglia, senza nemmeno il fiato per rispondere, Rodney rimase a guardarla, muto.

Il nome di sua moglie era Alice.

 


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