Racconto di Marryn Nine: Iupnothin – Prima Notte

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Tutto è cominciato come un gioco: un’amica di vecchia data, appassionata alla lettura come me, mi ha proposto di scrivere un racconto. Nulla d’insolito, direte voi. Beh, sarei d’accordo anch’io, se non avessi creato un alter-ego scrittore: Marryn Nine. Questo è il primo capitolo del suo esordio: IUPNOTHIN.


Prima Notte

Varcata la soglia della stanza, Rodney si guardò intorno: le pareti completamente bianche, senza alcun quadro che potesse rendere l’ambiente più accogliente, davano risalto al pavimento lucido di un tenue grigio, mentre la luce della grande lampada al neon creava un’atmosfera asettica. Per un istante gli parve di percepire l’acre odore di candeggina ed istintivamente si coprì il naso con la mano. Chiuse gli occhi e provò a rilassare i muscoli contratti del suo corpo: doveva rilassarsi ed accettare l’idea che nelle settimane a venire avrebbe passato in quella stanza le sue notti. L’arredamento comprendeva un letto con lenzuola bianche ed un comodino rettangolare in alluminio, sul quale c’era soltanto una sveglia elettronica che segnava le 20,37. L’infermiera che l’aveva accolto ed accompagnato poco prima, aveva specificato che la prima dose di Iupnothin andava somministrata entro le 21,00. Quando Rodney le aveva fatto domande riguardo agli effetti imminenti del farmaco, era stata piuttosto vaga, concludendo che in ogni caso quella notte non sarebbe rimasto sveglio. Dormire. Chiudere gli occhi e perdere il contatto con la realtà circostante.

Rod non ricordava più da quanto tempo passava le notti ad ascoltare il suo respiro nel totale silenzio della notte. Silenzio per modo di dire: la sua attenzione veniva attirata dal rumore del motorino del frigorifero, dal suono delle automobili in strada proveniente dalla finestra della camera da letto, dalle melodie dei locali notturni sotto casa, dal miagolio dei gatti e dai latrati dei cani randagi. Se in passato riusciva a perdere coscienza per poche ore, col passare del tempo le ore erano divenuti minuti. Nelle ultime notti aveva smesso di dormire completamente. Restava a fissare il soffitto illuminato dalle luci della città, che filtravano dagli spiragli delle serrande. Aveva anche smesso di lasciare il televisore acceso, ma non era servito a nulla; senza quel frenetico vociare era rimasto solo con suo respiro immerso nell’oscurità.

Il flusso dei suoi pensieri venne interrotto bruscamente dall’ouverture francese di Bach, che cominciò a diffondersi lentamente in tutta la stanza dalla piccola cassa acustica della sveglia. Una voce femminile comunicava che erano le 20,49. Bussarono alla porta e senza che Rod potesse avere il tempo di rispondere, l’infermiera entrò, constatando contrariata che l’uomo non aveva ancora indossato il pigiama. Lo fece vestire nel bagno attiguo alla stanza e dopo averlo fatto sedere sul letto, con una piccola siringa gli iniettò il farmaco. La sostanza ad un primo sguardo sembrava lattiginosa. L’infermiera lo salutò freddamente e sparì, chiudendo frettolosamente la porta.

Rodney si stese sul letto e chiuse gli occhi. Sentiva il suo respiro calmo danzare insieme al silenzio della stanza. Nessun rumore. Nessun fischio. Pace. Poco a poco sentì i muscoli del collo distendersi, aprì i palmi delle mani per godere del soffice cotone delle lenzuola mentre percepiva un leggero torpore che saliva lungo le sue gambe. Calma. Il battito del cuore sembrava scandire il tempo lentamente, quasi accompagnasse con una ninna nanna la sua mente, che gli parve farsi sempre più pesante.

Riaprì gli occhi scatto: ebbe l’impressione che un suono secco e metallico avesse interrotto quell’estasi. La prima immagine che riuscì ad associare al rumore appena udito era un vassoio d’acciaio che cadeva al suolo. Si mise seduto, guardando intorno a sé e cercando di distinguere le forme nel buio della stanza, rischiarata dai raggi della luna che filtravano dalla finestra: spostando lo sguardo da sinistra verso destra, notò una macchia più scura poco distante dalla porta. Si alzò dal letto ed avvicinandosi all’interruttore della luce, sentì il piede sinistro poggiare parzialmente su qualcosa di duro e freddo. Solo dopo aver acceso finalmente la luce, poté rendersi conto che effettivamente c’era un vassoio rovesciato sul pavimento. Ancora sbalordito, provò a ricordare se non fosse stata l’infermiera ad introdurlo in camera, per poi dimenticarsene. Si chiese anche come quell’oggetto fosse caduto così distante dal comodino. Per un secondo pensò di averlo urtato casualmente con il braccio destro, magari mentre di rigirava nel letto, ma la forza di gravità non avrebbe mai permesso una simile traiettoria. Si stropicciò gli occhi con la mano, cominciando ad avvertire un lieve mal di testa, decidendo di togliere da terra il vassoio e rimettersi a dormire. O almeno provarci. Alzandolo dal pavimento, notò un oggetto più piccolo, fino a quel momento nascosto: era una siringa. Non sembrava vuota, ma ciò che destò in lui meraviglia fu notare che non vi era nessun siero bianchiccio, bensì qualcosa di solido. Prese la siringa con estrema attenzione e rigirandola tra le mani, si accorse che conteneva della carta arrotolata. Dopo aver sfilato completamente lo stantuffo, prese quel piccolo rettangolo bianco, sul quale vi era una frase scritta in corsivo:

Non mangiare il bianco giglio.

Nella sua mente balenò l’immagine di sua moglie intenta a leggere un libro. A volte gli capitava di vederla sorridere, mentre leggeva. Lui rimaneva a fissarla teneramente per parecchi minuti. Era bellissima. Il suo libro preferito narrava le avventure di una bambina piombata all’improvviso in un mondo pieno di assurdità.

Alle sue spalle sentì la risata soffocata di una bambina e quando si voltò vide la porta socchiudersi lentamente. Dopo qualche secondo d’esitazione, con il cuore in gola aprì la porta di scatto e s’affacciò verso il corridoio: delle luci in lontananza illuminavano in alcuni punti la moquette marroncina e le pareti rosa pastello, senza lasciar vedere con chiarezza né da un lato, né dall’altro. Sentì la stessa risata farsi sempre più distante verso l’angolo del corridoio sulla sinistra. Senza nemmeno chiedersi se fosse davvero una buona idea, svoltò l’angolo: notò un comodino identico a quello che aveva visto in camera, nel bel mezzo del corridoio, sopra il quale vi era un vaso di vetro con dei fiori bianchi. Un biglietto sporgeva dal mazzo di fiori, questa volta la scritta era in stampatello maiuscolo:

MANGIACI

Quasi senza rendersene conto, vide la sua mano sinistra avvicinare alle labbra un giglio bianco e nello stesso istante sentì dietro di sé l’urlo stridulo di una bambina.

Aprì gli occhi. La sveglia segnava le 6,00, mentre diffondeva nella stanza “Sugar, sugar” degli Archies.


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