Nullius in verba

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K., costante malevola, guardava il suo involucro di carne ancora caldo ma già privo di vita ed il mondo che aveva abbandonanto, felice di aver contribuito anche in quell’esistenza a rendere la sua prima casa più caotica di anche un solo millimetro, ben consapevole che presto avrebbe avuto modo di tornare ad insegnare all’uomo i segreti della vita eterna.

Mentre il cadavere impiccato nel lurido solaio londinese si faceva ora dopo ora più gonfio di liquidi, l’essenza dell’oltreuomo aleggiava nella stanza in cerca di un passatempo: aspettava la oramai familiare chiamata a raccolta puntuale dopo ogni morte, ma l’attesa a cui lo sottoponevano quegli sprorchi burocrati era sempre una tortura inimmaginabile, tanto quanto comprensibile. Lui aveva rotto il loro sistema perfetto, trovato nel cavillo legale la possibilità di fuggire da quella folle ciclicità cui tutti erano condannati. E loro, d’altro canto, gli rendevano le pratiche un inferno, unico vero ostruzionismo che la loro immutabile legge d’ossidiana permetteva.

Nonostante ciò K. non riusciva a lamentarsi. Ogni volta sceglieva posti specifici per togliersi la vita, ma nonostante la varietà era sempre e comunque in prossimità di una finestra. Adorava l’idea di mettere in mostra il suo corpo per il pubblico sgomento o ludibrio, godere a piene mani delle reazioni più pure create dall’esposizione della cosa invero più umana possibile. Ogni volta cambiava, cercando la rappresentazione perfetta. Era un buffo, piccolo passatempo che lo distraeva dall’attesa cui era sottoposto.

Dopo undici giorni di noia, la stanza finalmente sgomberata ed il sacco di carne che lui fu, bruciato, loro comparvero. Due omunculi in giacca e cravatta, uguali in ogni benché minimo dettaglio. Quando K. li vide sorrise allegramente, ma loro non risposero se non con un sospiro annoiato. Chiesero all’uomo che cosa avesse fatto stavolta per chiedere la loro presenza, ma il segno sul collo che portava fiero come una nastrina al valore non lasciava dubbi. Rise, ricordandosi dello stato in cui riversava la volta in cui si buttò dal quinto piano – ah, Parigi, che città meravigliosa per sfracellarsi al suolo! –, e semplicemente porse loro i polsi sorridendo con aria sorniona.

I due uomini lo presero sottobraccio, e come erano comparsi, sparirono con lui.

Era quella la parte più strana del suo bizzarro viaggio. Lui, K., la Costante per antonomasia, diveniva per un solo secondo una X, un’Incognita. Il viaggio in quell’oltreverso cui era sottoposto ogni volta era una sensazione nauseante ed incomprensibile (nonostante tutti i suoi precedenti non aveva ancora capito se il volo era verso l’alto od il basso) e le informazioni che aveva raccolto nel corso del tempo per contrastare quel sistema malato, in quel tragitto erano semplicemente inutili.

Quando riaprì gli occhi vide la familiare stanza d’attesa, ed i suoi carcerieri e Caronti parlare con una pallida e piccola signora di mezza età dai capelli di fuoco. Ricordava ancora il primo incontro con quella burocrate, così tanti anni fa da non riuscire a contarli. Fu proprio lei a spiegargli come funzionavano i mutui, fu sempre lei a presentarlo al Direttore.

Quando la donna lo vide accennò un sorriso rassegnato, facendogli cenno con la mano di seguirla. Percorsi pochi metri in un elegante corridoio arredato secondo uno stile vittoriano i due entrarono nell’ultima stanza sulla destra, e presero posto su due poltroncine di un vivo porpora. Chiacchierarono del più e del meno mentre la donna stilava il rapporto, ed il tempo scorse in una quieta quanto piacevole pace.

Fatte le donande di rito e scritte le solite bazzecole come ogni volta era calato il silenzio da ambo le parti. K. tamburellava le dita sulle ginocchia, tenendo l’immaginario ritmo presente solo nella sua testa con piccoli movimenti del capo, mentre la donna guardava con crescente frequenza il grosso orologio appeso davanti a lei. Quando la puzza di sigaro iniziò a presentarsi, entrambi sudavano freddo.

K. non aveva paura, non poteva averne. Il Direttore, per quanto fosse il peggior ingranaggio in quella macchina del male, non poteva lederlo. Eppure il semplice odore del suo vizio lo metteva a disagio, rievocando nella sua testa le prime orribili impressioni che si era fatto il giorno in cui lo conobbe.

Fuori dal corridoio i passi leggeri erano uniti ad un curioso clangore metallito, e la luce del luogo, fino ad allora rimasta semplicemente soffusa, aumentava man mano che l’olezzo avanzava. Dopo una manciata di secondi tutto si fermò, e la maniglia, con solenne lentezza, si abbassò. Il Direttore prese una sedia e si sedette di fronte a K., ad una manciata di centimtri dal suo volto oramai zuppo.

Il reiterante suicida non amava assolutamente nulla di quel mostro, dalla sua pelle d’acciaio ai suoi vuoti occhi bianchi, ma la cosa che più lo metteva in soggezione era sicuramente l’assenza di labbra che lasciava scoperti i denti in ogni occasione. Non era neanche vagamente umano, a differenza del personale di cui si cirondava, ma aveva trovato nelle abitudini della sua gente più di qualche soddisfazione, come il fumo od i completi eleganti.

Il Direttore sorrise a K. – un sorriso che poteva essere anche un’espressione adirata, ma che la conformazione praticamente piatta ed inanimata del volto non poteva rivelare – ed anziché far domande come tutti i suoi sottoposti prima di lui semplicemente si limitò ad offrigli un fiammifero.

Si diedero entrambi al vizio, un sigaro ed una rudimentale sigaretta, e prima che i due potessero anche solo iniziare a disquisire la donna ancora presente nella stanza fece un piccolo inchino ad entrambi ed uscì richiudendo la porta ed inserendo il chiavistello.

Fumarono con calma e silenziosamente nella stanza priva di finestre, entrambi senza sillabare alcunché. Una volta finito il loro momento di relax e le ansie di K. furono svanite, il Direttore tossì, ed iniziò a parlare con la sua voce calda e roca.

Ciò che usciva da quella bocca aliena non erano versi di ammonimento o forse minaccia, ma semplici domande sulla sua vita passata. A differenza dei precedenti interrogatori però a lui non interessava ciò che aveva fatto di significativo o di fuori del mutuo stipulato forzatamente: il mostro era curioso di sapere come erano le uova che aveva mangiato a colazione lo scorso primo del mese per ognissanti, il numero di fiori all’occhiello che si era messo, i passi di danza che aveva imparato in quella vita così breve.

Era forse quella la cosa che più risultava assurda a K. e di cui si era accorto solo di recente. La prima volta che si accorse di avere quella maledizione – presto divenuta un vero e proprio lasciapassare per la vita eterna – aveva scatenato nel Direttore rabbia e terrore. In eoni trascorsi in quella banca fuori dal tempo e dallo spazio non aveva mai incontrato una persona capace di tornare indietro intatto, e la sola esistenza di un’essere capace di ciò minava tutto ciò per cui aveva costantemente lavorato. Ogni volta interveniva personalmente nel stipulare il mutuo a suo dire definitivo, così come ogni volta quel sorriso tornava al mittente.

Una, dieci, cento volte K. si tolse la vita: le ere cambiavano, la società con lui. A sua memoria nessun uomo si era mai sparato un colpo in testa prima di quanto fece egli stesso; si considerava un vero innovatore.

Più il tempo passava, più le sue gabbie di carne aumentavano, più il Direttore e K. mutavano in sincronia. Il primo aveva imparato ad accettare la cosa e la studiava ogni volta più a fondo, godendo di quei frammenti di vita che qualcuno finalmente riusciva a rivelargli; il secondo finita l’euforia iniziale nell’esser scampato alla fine eterna iniziò a sentirsi sempre più solo, ingegnandosi ogni volta per riuscire a condividere quel pesante fardello.

K. odiava la Vita – quello era il nome che il Direttore si era affibiato al loro primo incontro – reale e figurata, fin dal primo respiro del suo archetipo. La odiava immensamente, ed per somma ironia nell’immortalità aveva trovato un modo per minarla più di quanto gli fosse possibile altrimenti. Se la sua vita empia di sangue più di tutte le altre gli aveva donato quello strano potere, allora avrebbe insegnato all’uomo ad elevarsi sopra sé stesso nella morte del prossimo non come disprezzo ma come arte. Dopotutto lui era la K. di Jack lo squartatore, il maestro del Khan sanguinario, l’amante di Dar’Ja Saltykova. Eppure tutto ciò che aveva fatto guadagnare ai suoi allievi non era che l’immortalità del nome, ma non dello spirito. Nonostante ciò, non si lamentava. Quel suo gioco lo teneva impegnato tra un mutuo e l’altro, in attesa che la Vita gli donasse un nuovo corpo con cui corrodere il mondo una briciola di più.

Al silenzio contrapposto alle domande lasciate nell’aria come pesante fumo di sigaro dall’abominio si aggiunse un suono: il grande orologio da parete che stava alle spalle dei due iniziò a suonare, per ricordare ad entrambi che il colloquio era oramai giunto al termine, ed era tempo delle trattative.

Anche stavolta si prospettava un mutuo vantaggioso: quarantatre anni di pura agonia sulla terra da pagare in comode rate giornaliere con le lacrime del parto fino ad arrivare a quelle sul letto di morte per una malattia molto in voga in quel periodo, l’infuenza spagnola. Entrambi sapevano che gli accordi non sarebbero stati rispettati, ma il protocollo richiedeva la firma.

Il Direttore porse la sua stilografica filimentata d’oro a K., ma poco prima che questa si posasse sull’elegante foglio a siglare il contratto, la nera mano della bestia tolse via la scatoffia.

Il sorriso perenne sulla faccia di entrambi aumentava ogni secondo di più: finalmente l’uomo era riuscito a piegare la volontà di un dio, o quantomeno di un suo diretto sottoposto. Uno era impaziente di proporre un patto diverso dal solito, l’altro di scoprire cosa potesse esserci di nuovo in quella ciclicità in cui stava iniziando ad ammuffire.

Infilandosi il pezzo di carta nel panciotto ed accesosi un sigaro la Vita, con la sua calda voce, espose la sua idea.

La faccia di K. cambiava ad ogni parola, ogni proposta che usciva fuori da quella fessura inumana. Tutto quello che aveva fatto, tutto quello che aveva intenzione di fare: completamente inutile, da rilegare nell’abisso del grande signore oblio. Le sue vite, le sue morti, dolorose morti, erano state vane, superflue addirittura. Aveva perso tutto in quella battaglia senza vedere risultati concreti, e di lui non era rimasta che una sola lettera nella sua testa, che presto sarebbe svanita. Ma non bastava.

Fu l’ultima frase, la vera proposta in quella che sembrava una semplice predica, che nella sua semplicità gli fece prendere una decisione.

Una volta finita il vero e proprio monologo entrambi si alzarono in piedi, e si strinsero la mano.

Quando uscirono dalla stanza andarono in direzioni diverse, uno verso il suo ufficio, l’altro verso la fila che conduceva agli sportelli di smistamento per il piano terreno.

Quando il Direttore siglò ben felice il mutuo con il suo nome ed iniziava di già a perdere le sue memorie K. era già seduto sulla sua nuova sedia di pelle, felice di avere di nuovo una famiglia e, finalmente, uno scopo.


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