La Dimora

Cadde il giorno; sparve il sole oltre la linea curva dell’orizzonte donando, con i suoi ultimi raggi, tinte cinabro al tetto del mondo. Trasportate da un alto vento, gonfi nembi, forieri di tempesta, s’accavallavarono partorendo lontani e profondi ruggiti. La sera incombé.

La sera incombe sempre sulla via Sacrafonte, laddove una modesta e fatiscente villetta, costituita di due piani, proietta viscose ombre, mentre le propaggini di alberi avvizziti sembrano potersi allungare sino a toccare l’angolo più intimo dell’animo dei passanti, l’anfratto più buio, l’armadio dove essi rinchiudono i più oscuri dei demoni. L’alto cancello termina in punte di lancia rugginose e pone il proprio veto ai curiosi che cercano di raggiungere con lo sguardo l’interno della proprietà, al cui centro troneggia la Dimora.

“ehi, ci sono novità da parte di Civetta? Io ho perso i contatti con lui da quasi due settimane, mi fà un pò strano” Gugliemo bevve un sorso dal bicchiere a tulipano oramai svuotato di quel liquido color oro-rosso, stando scompostamente disteso sul divano della Dimora, al cui interno riecheggiavano le note del Missa Pacis di Amintore Galli. Sull’altro lato del salotto, proprio di fronte a lui, le fiamme morenti di un foco privo di nutrimento. Passarono solo pochi istanti, prima che lo scricchiolare della scala di legno annunciasse l’arrivo Alberto “ah bene; se non lo sai tu…Cristo è tardissimo, sai come si incazza Giusquiniano per queste cose; lei non apprezza chi la fà aspettare” Guglielmo trangugiò quell’ultima stilla di liquore, rivolgendo ora carezze al grosso gatto grigio accambellato sulle sue gambe, ora lanciando occhiate furtive ad Alberto. La corale raggiunse il crescendo, mentre Alberto guardava incuriosito l’armadio degli alcolici lasciato aperto “che stai bevendo?”

“è Janneau” rispose sovrapensiero Gugliemo; intanto un’ombra si affacciava al salotto, non vista. Alberto, giovane nell’aspetto, dimostrava meno della metà dei suoi anni effettivi e per questo era costretto all’utilizzo della lente anche per leggere etichette, un monocolo dal vetro spesso e la montatura perfettamente lucidata; sollevò la bottiglia divenuta leggera “ah, ma è l’armagnac che ha preso Civetta, spero gli sia costato un sacco di soldi. L’odore però non è male” aggiunge annusando la bocca della bottiglia, presto stappata. Ebbe appena il tempo di agitarla per aiutare gli aromi, contenuti all’interno, a sollevarsi e raggiungere la sue nari, quando la vide sulla posta. “il Dominus, sii caro, portami un bicchiere di idromele, quello che hai fatto arrivare dal Nepal”. “si” rispose laconico Alberto, dirigendosi nella cucina della Dimora. Quando ne fece ritorno, reggeva un calice contenente liquindo di un giallo brillante i cui cangianti riflessi si scontravano con le ombre innaturalmente cupe proiettate sul pavimento. Intanto la donna, un’anziana signora sulla sesantina, aveva fatto il proprio ingresso in salotto, vestita di un tallieur amaranto, composto di giacca e pantaloni. Al collo un vaporoso foulard damascato oro le si adagiava candidamente sulla camicetta bianca “dunque Hypnos, dicevi che Civetta non ha dato segni di vita? Molto male…molto male….” Guglielmo assunse finalente una posizione più educata, lasciando alla donna lo spazio di accomodarsi. Il foco in fine si spense, nel silenzio, ed un filo di fumo si sollevò su per il camino, solido come un drappo di seta. “molto gentile, il Dominus, molto gentile” proferì accettando quanto le venne offerto dal distinto Alberto; “va bene Hypnos, ce ne occuperemo a tempo debito; ora come ora, andarlo a cercare non farebbe che metterlo in una posizione scomoda. I Corpi non sono molto svegli, questo è vero, ma sanno essere ben violenti e sopratutto non amano i curiosi. Ma dimmi, come procede con quell’altra faccenda?” e così dicendo portò alle labbra, imbellettate da un sobrio rossetto color carne, il calice che restitui riflessi itterici a quel volto butterato. Negli occhi di lei, si poteva leggere tutta la determinazione di un giovane idealista. Guglielmo ed Alberto si scambiarono un’occhiata eloquente. Solo allora l’uomo soprannominato Hypnos riprese “direi che tutto e al proprio posto: le partite di sangue turco solo arrivate e sono già state stoccate nei vari ospedali della provincia di Torre del Moro…dovrebbero essere già state impiegate, ma per vedere i primi effeti ci sarà da attendere ancora qualche giorno” a quelle parole Guglielmo sembrò sgonfiarsi appena, al punto di distogliere lo sguardo dalla signora.

“questa vecchia puzza sempre di mare e cane bagnato, lo senti anche tu, vero?” solo Hypnos si accorse di quelle parole pronunciate con voce languida e solo Hypnos lanciò con gli occhi un’ammonizione al gatto sulle sue gambe, che aveva preso a miagolare pigramente.

“molto bene figliolo, se questo è tutto puoi anche andare” la donna, volgendosi verso la figura di Guglielmo, così gli diede commiato “ah, prima di andare: la prossima volta ESIGO che sia tu a venire qui e non questo tuo avatāra , intesi?” L’uomo, tornato temerario, le sorrise amabilmente e poggiato il bicchiere a tulipano divenne evanescente “come voi ordinate, Giusquiniamo” e così dicendo si dissolse in una nube di calore ondeggiante, assieme al profilo del gatto che continuava a lanciare fastidiosi miagolii.


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