La battaglia di Morva (2/2)

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Conforto

Dagran sbatté le palpebre confuso. Si tirò su lentamente, facendo cadere il mantello che lo copriva. Non era più nelle paludi, ma sotto una sporgenza rocciosa. Era notte fonda, il cielo sopra le fronde degli alberi illuminato da una miriade di stelle. Un fuoco da campo ardeva poco più in là. Uno dei rami che lo alimentavano si era spezzato, causando lo schiocco che aveva sentito poco prima di svegliarsi. Diede una rapida occhiata ai dintorni e si rese conto che i suoi compagni erano tutti lì. Yurick era sdraiato accanto alla parete di roccia e dava le spalle al fuoco. Syrenne e Mirania erano più vicine, con la guerriera che dormiva abbracciata alla Maga. Sembravano tutti così sereni…
Zael e Lowell invece erano ben svegli, e in quel momento erano chini su di lui a osservarlo con aria preoccupata. Dalla mano poggiata sulla spalla, Dagran capì che era stato Zael a svegliarlo.
«Cosa c’è?» chiese con voce impastata.
«Ero venuto a farmi dare il cambio e ho visto che ti stavi agitando» disse Zael «Va tutto bene?»
Dagran annuì cercando di nascondere l’imbarazzo. Si era agitato così tanto da farli preoccupare? Avrebbe evitato volentieri di dare spettacolo a quel modo…
«Sicuro?» chiese dubbioso Lowell.
«Ma sì, era soltanto un brutto sogno, niente di che!» cercò di rassicurarli, anche se in realtà era lui quello che ne aveva più bisogno.
Sì, era solo un incubo, continuò a ripetersi.
Avevano combattuto davvero a Morva qualche giorno prima, e in effetti lui e Zael avevano rischiato di morire in un agguato mentre erano persi nelle paludi, ma a differenza del suo sogno, quelli che avevano affrontato erano dei comunissimi Reptid e loro avevano vinto senza perdite, anche se i nemici erano molto più numerosi del previsto. Solo Syrenne era rimasta ferita, quando un intero gruppo di quelle creature si era abbattuto su di lei brandendo lame avvelenate, ma la guerriera era riuscita comunque a tenergli testa senza sforzo e le cure di Mirania l’avevano rimessa subito in sesto, anche se la Maga l’aveva costretta a riposare un paio di giorni, per essere sicura di aver rimosso ogni traccia di veleno dal suo corpo. Una volta ricevuta la ricompensa, avevano aspettato che terminasse la convalescenza forzata di Syrenne prima di rimettersi in viaggio, ed era per questo che ora si trovavano lì accampati.
I suoi amici erano ancora chini su di lui, per niente soddisfatti delle sue risposte, ma alla fine decisero di non chiedergli altro. Lowell si allontanò per prendere posizione e cominciare il suo turno di guardia, mentre Zael si avvolse nel suo mantello e si distese a pochi passi da lui.
Dato che il prossimo turno era il suo e che ormai il sonno gli era passato, Dagran si mise a gambe incrociate vicino al fuoco e cominciò a fissare il cuore delle fiamme, perso nei propri pensieri. Era da parecchio che non aveva incubi, e quando li aveva, erano sempre legati ai suoi ricordi: la distruzione del suo villaggio, la morte delle persone che aveva amato, e tutte le altre cose orribili che gli erano capitate nel corso degli anni.
Questo però era diverso. Non riguardava qualcosa che era già accaduto, ma ciò che sarebbe potuto accadere. Come se fosse una specie di sogno premonitore, anche se sapeva che non era così. La battaglia si era conclusa giorni prima e tutti e sei erano lì, vivi e vegeti. La disperazione che aveva provato però non accennava ad andarsene. Dopo un po’ di tempo a rimuginarci, capì qual’era il significato di quel sogno, il motivo per cui l’aveva fatto.
Le cose stavano andando bene da troppo tempo, al punto che aveva quasi preso in considerazione l’idea di abbandonare i suoi piani di vendetta, perciò la sua mente aveva cominciato a giocare con lui, ricordandogli che la loro fortuna poteva finire da un momento all’altro. Era come se una vocina malefica continuasse a canzonarlo, ripetendogli all’infinito che era destinato a perdere tutto quello che aveva a prescindere da quanto si sforzasse per impedirlo.
Non permetterò che accada di nuovo, si ripeté fra sé. Avrebbe lottato fino al suo ultimo respiro per far sì che non ricapitasse. Ma alla fine quel sogno gli aveva ricordato che poteva esserci sempre un imprevisto, un avversario al di fuori della sua portata pronto a distruggere lui e chiunque avesse attorno. Non poteva accettarlo.
Devo diventare ancora più forte.
Non c’era altra soluzione. Sapeva bene però che per quanto si allenasse, c’erano cose contro cui i suoi muscoli e la sua abilità con la spada non bastavano. Se solo avesse avuto il dono della magia come Lowell o Yurick…
Doveva trovare qualcosa che gli garantisse più potere, anche a costo di scendere a patti con le forze più oscure che si potevano incontrare sulla faccia della terra.
«Dagran?» la voce di Zael lo riscosse dai suoi pensieri. Quando si voltò, vide che l’amico si era tirato su e lo fissava. Accantonò i suoi ragionamenti e gli chiese a bassa voce se c’era qualche problema. Zael distolse lo sguardo. La preoccupazione che aveva visto prima era ancora lì sul suo viso. L’amico tirò un lungo respiro prima di rispondergli.
«È per prima. Scusa se m’impiccio, ma… quell’incubo non era uno dei soliti, non è così?»
Dagran inarcò un sopracciglio.
«Cosa te lo fa credere?»
«Ci conosciamo da anni. Anche se cerchi di non darlo a vedere, lo capisco sempre quando sei turbato. E ho capito che quelli che ti hanno disturbato il sonno non erano vecchi ricordi, ma qualcosa di più.»
Dagran lo studiò per un istante. Già, lo conosceva fin troppo bene. Col passare degli anni era diventato sempre più difficile tenergli nascosti i suoi segreti, ma almeno sapeva di poter contare su di lui. Se non altro al di fuori dei suoi piani di vendetta.
«C’è qualcosa che posso fare per farti stare meglio?» gli chiese l’amico.
Ci rifletté un po’. Zael non poteva dargli quello che gli serviva davvero per ritrovare la pace, tuttavia, vista la situazione, c’era una cosa che poteva fare per aiutarlo almeno quella notte.
«Stammi vicino, per favore. Mi basta questo.»
Zael lo guardò in silenzio, poi sorrise e gli si sedette accanto, circondandogli le spalle con un braccio. A quel contatto, Dagran si lasciò sfuggire un sospiro. Come sempre, la sua vicinanza aveva il potere di calmarlo, almeno un po’. L’immagine di Zael che aveva nella testa, senza vita e coperto di sangue, cominciò a sbiadire, ma non se ne andò via del tutto. Si costrinse a non guardarlo, temendo di rendere quell’immagine reale se solo si fosse voltato. Al pensiero, un brivido gelido gli corse giù per la schiena. Zael lo osservò attento. Forse non sapeva cosa gli frullava nella mente, ma qualcosa doveva pur aver intuito.
«Doveva essere qualcosa di davvero brutto per agitarti così» disse poco dopo.
«Più o meno. Comunque era solo un sogno» cercò di minimizzare Dagran.
Non ricevendo una risposta più esaustiva, Zael si limitò a rimanergli accanto chiudendosi in un silenzio riflessivo. Dopo un paio di minuti si raddrizzò e si staccò da lui. A giudicare dalla sua faccia sembrava che gli fosse venuta un’idea. Dagran l’osservò incuriosito mentre Zael strisciava alle sue spalle e si appoggiava con la schiena contro la roccia. Mentre l’amico si metteva comodo, capì cosa aveva intenzione di fare e cominciò a sentirsi a disagio. Quello non se l’aspettava.
«Ehm, guarda Zael, ti ringrazio del pensiero, ma… non credo che…»
«Andiamo, l’hai fatto così tante volte per me» lo interruppe l’altro invitandolo ad avvicinarsi «Lascia che sia io a farlo per te, almeno una volta.»
Quell’espediente lo usavano da bambini per scacciare i loro incubi. Quasi quattro anni prima, quando nel gruppo c’erano solo loro due e Lowell, l’avevano riutilizzato per scacciare i vecchi traumi rievocati da una missione capitatagli fra capo e collo e da allora era tornato a essere un’abitudine, quando i fantasmi del loro passato tornavano a tormentarli oppure quando volevano solo concedersi un momento di tranquillità. A Dagran era sembrata una buona idea all’epoca, ma adesso che era lui quello che aveva bisogno di essere tranquillizzato – e non Zael, come capitava di solito – comprendeva perché l’amico si era fatto pregare la prima volta. Diede una rapida occhiata ai compagni addormentati attorno al fuoco.
Oh, al diavolo!
Senza protestare, si avvicinò a Zael e permise all’amico di circondarlo con le braccia e stringerlo a sé come aveva già fatto lui tantissime altre volte.
«È diverso da questa prospettiva, vero?» chiese Zael poggiandogli il mento sulla spalla. In effetti aveva ragione. Si era così abituato a essere lui quello che offriva conforto all’altro che adesso che si erano scambiati i ruoli gli sembrava una cosa bizzarra. Senza contare quel piccolo problema…
«Diverso e molto più scomodo di quel che pensavo. Perché non me l’hai mai detto?» replicò infatti mentre tentava di mettersi a posto. Zael aveva cercato di fare esattamente come faceva lui, solo che era molto più basso e per questo il mercenario era costretto a stare tutto piegato per permettergli di stringerlo alla stessa maniera.
«Scomodo dici?» fece Zael perplesso «Non ci ho mai fatto caso. Forse è perché sei più grosso di me. Magari se mi metto più in alto o mi sdraio va meglio…»
«Naaa, lascia perdere. Va bene lo stesso» lo tranquillizzò dopo aver trovato una posizione più accettabile. Era quasi sicuro che a un certo punto gli sarebbe venuto mal di schiena, ma non importava.
Mentre se ne stava appoggiato all’amico, notò che anche Zael continuava a cambiare posizione, e scrutandolo con la coda dell’occhio vide che non la smetteva di lanciare occhiate furtive prima ai compagni addormentati, poi al punto dove Lowell faceva la guardia. Aveva deciso di ricorrere al loro espediente per cercare di calmarlo, ma adesso sembrava lui quello più agitato, e Dagran intuì subito il motivo. La cosa lo divertì e gli fece venire un’idea per distrarsi dai suoi pensieri cupi. Un ghigno prese forma sulle sue labbra. Visto che gliene forniva l’occasione, decise di stuzzicare un po’ Zael.
«Dopo tutti questi anni sei ancora preoccupato per i fraintendimenti?» chiese.
Zael si raddrizzò imbarazzato.
«Uh? N-no, non è questo! O forse sì. N-non ne sono sicuro.»
Sentendo l’amico in difficoltà, Dagran ridacchiò.
«D’accordo, facciamo finta che non sia così. Comunque se gli altri ci vedessero non credo sarebbe un problema; in fondo ci conoscono. Tuttalpiù gli facciamo venire qualche fantasia erotica su noi due… sempre se non ce le hanno già!» concluse con un tono malizioso.
«Fantasia… cosa?!» Zael si agitò dietro di lui. Allentò la presa, ma non lo mollò del tutto. Dagran continuò a ridere fra sé per la reazione dell’amico. Quella della fantasia non era una cosa campata per aria; in effetti Syrenne all’inizio, durante la prima delle notti che loro due avevano trascorso insieme, gli aveva confidato di aver creduto che lui e Zael fossero più che amici e di aver trovato quel pensiero eccitante. Dagran a quel punto le aveva mostrato a più riprese quanto si sbagliasse, con gran soddisfazione di entrambi.
Ma quella era una cosa privata fra lui e Syrenne, e per rispetto nei confronti della guerriera non ne aveva mai parlato con i loro compagni, anche se non era sicuro che lei avesse fatto altrettanto.
Ora che ci penso, c’è stato un periodo in cui Mirania mi guardava in maniera strana. Non sarà che…
Lanciò un’occhiata alla Maga addormentata, domandandosi cosa pensava di lui e Zael. Mentre rifletteva, si accorse che Zael aveva iniziato a stropicciarsi le mani. Probabilmente stava pensando a quali potessero essere quelle “fantasie”. Lo lasciò a crogiolare per un minuto o due prima di porre fine ai suoi tormenti.
«Dai, sto scherzando. Figuriamoci se pensano cose del genere su di noi!»
Era una menzogna e lo sapeva – lui stesso prima d’incontrare Celes l’aveva fatto una volta o due, anche se non l’avrebbe mai detto all’amico –, ma almeno servì allo scopo, visto che Zael tirò un sospiro di sollievo.
«Razza di idiota! Che ti salta in mente di dire cose del genere in un momento simile?»
Dagran sghignazzò apertamente a quella risposta indispettita. A volte Zael era proprio un ingenuo. In ogni caso l’amico si tranquillizzò e tornò a stringerlo come prima. I due rimasero così per un po’, ad ascoltare il crepitare del fuoco in silenzio. Tra le braccia dell’amico, Dagran cominciò a rilassarsi. Il corpo di Zael adesso gli trasmetteva calore, non com’era successo nel sogno. Quasi avesse intuito i suoi pensieri, l’altro ruppe il silenzio e gli rivolse la domanda che sperava di non sentire.
«Ti va di parlarne?»
Per un momento aveva sperato che si fosse dimenticato del perché se ne stavano lì così. Avrebbe preferito dimenticare alla svelta quell’incubo, ma dopo averci riflettuto capì che più avrebbe cercato di ignorarlo e più quello lo avrebbe tormentato. Confidarsi con Zael sembrava la soluzione più semplice per risolvere il problema. Rassegnato, Dagran tirò un lungo sospiro e raccontò all’amico quel sogno terrificante.
«Era la missione a Morva, solo che i Reptid erano diversi: erano dei mostri giganteschi, come gli Orchi. Erano troppo potenti. La guardia cittadina è stata spazzata via e i morti affondavano nelle paludi o li sbranavano i Reptid. Uno di loro mi aveva gettato a terra e mi avrebbe ammazzato, se non fossi intervenuto tu. Sei riuscito a sconfiggerlo, però quello prima ha fatto in tempo a trafiggerti. Ho cercato di soccorrerti, di riportarti dagli altri, ma…»
S’interruppe all’improvviso. Non riusciva a dirlo. Non voleva dirlo. Zael aspettò in silenzio finché Dagran non ritrovò la forza per continuare.
«Quando sono riuscito a raggiungere il resto del gruppo era già troppo tardi. Per tutti. Ero rimasto solo, col tuo corpo freddo ancora stretto fra le braccia e i Reptid che mi stavano accerchiando. Erano a pochi passi da me e stavano per attaccarmi… ma per fortuna mi hai svegliato» concluse.
Zael rimase rigido e muto alle sue spalle. Dagran era certo che se si fosse voltato per guardarlo in faccia, l’avrebbe trovato ancora più turbato di prima, e per ottimi motivi. Si maledì per avergliene parlato.
Ma perché cazzo ho dovuto raccontarglielo? Non potevo lasciar perdere e basta?
L’unica consolazione era che almeno gli aveva risparmiato i dettagli più cruenti. Non voleva che cominciasse a vedere i volti dei loro amici sfigurati dalla morte come li aveva visti lui. Stava per dirgli di dimenticare l’intera faccenda, quando Zael si decise a parlare.
«È orribile. Ora capisco perché ti agitavi a quel modo!»
Come immaginava, la sua voce era carica d’inquietudine. Senza dubbio aveva intuito da solo ciò che non gli aveva raccontato.
«Già» replicò mesto, poi proseguì con un tono più spavaldo, nel tentativo di rassicurare l’amico «Che coglione, vero? Dopo tutto quello che abbiamo passato finora, mi lascio impensierire da uno stupido sogno e…»
In quel momento sentì le braccia di Zael stringerlo più forte, la guancia dell’altro che sfiorava la sua mentre cominciava a parlare.
«Stai tranquillo, non devi preoccuparti più di quell’incubo. Io sono vivo, vedi? Lo siamo tutti. Non sei rimasto solo.»
Dagran non disse niente. Lanciò un’occhiata ai loro compagni addormentati, indugiando per un po’ su ognuno di loro, e poi scrutò dove Lowell stava facendo la guardia. Erano tutti importanti per lui, ciascuno per motivi diversi.
Già, non sono solo, ma per quanto durerà ancora?
Meglio non pensarci. L’importante era che in quel preciso momento aveva ancora la sua famiglia accanto a lui. Chiuse gli occhi e con un sospiro si aggrappò alle braccia di Zael.
«Grazie, fratello» gli disse con voce carica d’affetto. Anche senza voltarsi, sapeva che Zael aveva sorriso alle sue parole.
«Questa storia dell’incubo rimane fra noi due, ok?»
Zael annuì alla sua richiesta, ma poco dopo iniziò a ridacchiare.
«Sai,» cominciò «non mi dispiace quando ti apri così con me, ma non posso fare a meno di preoccuparmi. Non è che ti stai rammollendo?»
Dagran gli mollò una gomitata nei fianchi.
«Bada a come parli: ricordati che sono sempre io il capo!» lo ammonì divertito. L’amico continuò a ridacchiare per un po’ nonostante il dolore.
Sì, quella di Zael era stata una buona idea dopotutto. Anche se il ricordo del sogno era ancora nella sua testa, ora si sentiva molto meglio, tuttavia non voleva sfidare la sorte e rimettersi a dormire.
«Ti dispiace se rimaniamo così ancora per un po’?» chiese serio a Zael poco dopo. Se avesse risposto di no, avrebbe capito. Dopotutto l’amico aveva già fatto il suo turno di guardia e perciò doveva essere stanco. In quel caso sarebbe andato a fare compagnia a Lowell. La risposta di Zael comunque non tardò ad arrivare.
«Certo, anche fino al prossimo cambio di guardia, se ti va» disse stringendolo più forte. Sentendolo, Dagran annuì e sorrise. Non aveva bisogno d’altro.

 

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