La battaglia di Morva (1/2)

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Dolore

Dagran si appoggiò con la schiena contro il muro diroccato, gli stivali che affondavano nel fango, e con la spada ben stretta fra le mani sbirciò oltre il riparo. Ciò che vide non prometteva niente di buono.
«Merda, sono troppi!» sibilò.
Dietro il muro, a qualche metro di distanza da loro, c’era un gruppo di Reptid. Ne contava almeno sette. In altre circostanze, non sarebbero stati un problema: quelle creature, simili a esseri umani, ma più piccoli e con la pelle squamata e il lineamenti da rettile, erano deboli e l’unico punto di forza che avevano era il loro numero. Questa volta però era diverso.
Quando avevano accettato la missione di supporto a Morva, erano stati informati che il loro compito era di aiutare la guardia cittadina a sfoltire le fila dei Reptid che abitavano nelle rovine della città-tempio, mezza affondata nelle paludi. Quello che non sapevano era che questi Reptid erano grandi come Orchi, e altrettanto forti. La guardia cittadina non era preparata, e neppure loro lo erano.
Ora Dagran e Zael si trovavano separati dai loro amici, circondati da quei mostri e alla disperata ricerca di una via di fuga. Le guardie con cui dovevano occuparsi della zona nord delle paludi avevano cercato in tutti i modi di fronteggiare i Reptid, ma quelle creature erano troppe e al di fuori della loro portata. Uno a uno, i guerrieri erano caduti tutti, nonostante l’aiuto dei mercenari. Loro due erano gli unici sopravvissuti.
Dagran cercò di non pensare allo scempio che aveva visto. I corpi dilaniati dei guerrieri che affondavano nel fango della palude, dove sarebbero svaniti senza lasciare traccia, oppure presi dai Reptid e sbranati sotto i loro occhi.
No, non spariremo così anche noi, non lo permetterò!
Zael gli si avvicinò in silenzio.
«Cosa facciamo adesso?» bisbigliò preoccupato l’amico.
Dagran studiò i dintorni. Non potevano tornare indietro e la via più diretta per l’accampamento era proprio dietro il gruppo di Reptid, tuttavia le rovine alla loro destra potevano fornirgli un percorso più sicuro, anche se più lungo. L’unico problema era che da dove si trovavano fino al riparo delle rovine c’era un largo spiazzo invaso dalla fanghiglia. Guardò di nuovo i Reptid. Al momento erano impegnati a ingozzarsi con i resti di una guardia, di cui riusciva a vedere solo una mano insanguinata che sbucava da sotto i corpi massicci delle creature. Dagran sperò che quel poveraccio fosse già morto quando avevano cominciato a sbranarlo. Con un sospiro si voltò verso Zael.
«Se passiamo per le rovine da quella parte dovremmo essere al sicuro, ma per arrivarci dovremmo uscire allo scoperto, e se quei bastardi ci vedono…»
Non c’era bisogno di aggiungere altro.
Anche Zael si mise a scrutare i dintorni. Dopo un po’ l’amico lo tirò per un braccio e gli indicò un muro molto lontano, oltre il gruppo dei Reptid. Dagran dovette aguzzare la vista per riuscire a trovarlo, ma quando lo vide notò che buona parte della parete dava l’impressione di stare in piedi per miracolo.
«Abbiamo bisogno che quelli guardino altrove, giusto? Se colpisco quel muro con la balestra e lo faccio crollare, il rumore dovrebbe attirare la loro attenzione, dando a noi il tempo di passare inosservati.»
«Sei sicuro di riuscirci, Zael?» chiese Dagran. L’altro annuì.
«Ho ancora una delle frecce speciali di Yurick: basterà un colpo solo nel punto giusto.»
Era un piano rischioso. Di solito i Reptid non erano molto svegli e bastava poco per distrarli e attirarli in una trappola, ma questi avevano già dimostrato di essere fuori dal comune. Cosa avrebbero fatto se solo una parte del gruppo fosse stata attirata dal rumore? O peggio, se un improvviso guizzo d’ingegno li avesse spinti ad andare nella direzione opposta? Senza contare che c’era anche la remota possibilità che la freccia non funzionasse a dovere o che Zael mancasse il bersaglio.
Dopo una rapida riflessione, Dagran decise di appoggiare comunque il piano dell’amico. In fondo non avevano altra scelta se non tentare quella strada.
Ricevuto il via libera, Zael si staccò da lui e prese posizione dietro una colonna a qualche metro di distanza. Il giovane mercenario tirò fuori dalla custodia sul fianco la sua piccola balestra, la caricò con il proiettile incantato e prese la mira. Dagran rimase acquattato contro il muro, lo sguardo ansioso che continuava a passare dall’amico ai Reptid che stavano finendo il loro pasto. Poco dopo, Zael fece partire il colpo.
Tutto andò come avevano sperato. La mira di Zael si rivelò infallibile come sempre, e in un secondo la freccia si conficcò nel suo bersaglio, dissolvendosi in una piccola nuvola nera che corrose la pietra e fece crollare l’intera parete con un fragore che si sentì anche a quella distanza. I Reptid alzarono di scatto le loro teste e sibilando si voltarono in quella direzione. Un attimo dopo, tutte e sette le creature si alzarono e cominciarono a correre verso la fonte di quel rumore.
Dagran sorrise compiaciuto. Appena Zael lo raggiunse, i due corsero attraverso lo spiazzo cercando di fare meno rumore possibile e di non guardare il cadavere straziato della guardia poco più avanti. Quando furono al riparo fra le rovine, l’aria si riempì del rombo dei tuoni. Nel giro di pochi secondi una pioggia fitta cominciò a cadere su di loro.
Ci mancava solo questa!
L’attraversamento delle paludi divenne ancora più insidioso con la pioggia che rendeva impossibile distinguere il suolo fangoso dagli acquitrini, ma Dagran e Zael proseguirono lo stesso, sfruttando ogni superficie di pietra solida che riusciva a emergere dal pantano. Entrambi si ritrovarono più di una volta a sprofondare nella fanghiglia fino alle ginocchia, quando un secondo di distrazione gli faceva mettere un piede nel punto sbagliato.
«Almeno siamo riusciti a non perdere gli stivali» cercò di sdrammatizzare Zael mentre aiutava Dagran a uscire dalla palude per la terza volta consecutiva, ma era evidente che nessuno dei due aveva voglia di ridere. L’antica città-tempio di Morva era un vero labirinto, con i suoi vicoli ciechi e le paludi che l’avevano conquistata, e tutta quella pioggia non faceva altro che peggiorare la situazione. Quando passarono per la quarta volta accanto a un albero morto, nell’unico punto in cui il terreno aveva conservato la sua solidità, Dagran sferrò un pugno rabbioso al tronco e spaccò quasi a metà il legno marcio.
«Ma porca troia! Dove cazzo è finito quel fottuto accampamento?!» sbottò in preda alla frustrazione. Zael gli poggiò una mano sulla spalla e cercò di calmarlo.
«Sono sicuro che è qua vicino,» disse Zael «dobbiamo solo andare avanti. Ecco, se non sbaglio non abbiamo provato di là.»
L’amico stava indicando un gruppo di colonne spezzate a metà che un tempo doveva essere l’ingresso di un lungo corridoio col soffitto ancora intatto. Dagran fece un profondo respiro e quando si fu tranquillizzato annuì e seguì Zael lungo la via. Se non altro poteva confermare che da lì non erano passati e per qualche tempo furono al riparo dal temporale. Oltrepassato l’arco alla fine del corridoio, si ritrovarono in una grande piazza mezza allagata circondata dai resti di antichi edifici. La pioggia si era fatta meno fitta e il cielo sopra le loro teste sembrava meno cupo. Studiarono le rovine che li circondavano, ma non riuscirono a riconoscere la zona. Le incisioni che un tempo ornavano le mura erano state cancellate quasi del tutto dalle intemperie, e la grande statua che sorgeva al centro del pantano era così rovinata da rendere impossibile capire cosa rappresentasse. Quattro vie partivano dagli angoli della piazza, e in fondo a una di esse, il bagliore di un fuoco brillava in lontananza. A quella vista i due mercenari sentirono la speranza riaccendersi in loro.
«Eccolo! Te l’avevo detto che era vicino!» esultò Zael. Anche Dagran tirò un sospiro di sollievo. Finalmente avrebbero lasciato quel posto maledetto!
Cominciarono ad avviarsi lungo il sentiero, poi un tonfo improvviso li fece voltare. Strisciando silenziosi nel fango, due Reptid erano arrivati alle loro spalle e con la loro enorme mole torreggiavano sui mercenari. Perfino Dagran fu costretto ad alzare la testa per guardare le creature in faccia.
Merda! Proprio adesso?
I Reptid partirono all’attacco. Dagran e Zael indietreggiarono per schivare l’assalto e dopo essersi scambiati un breve cenno d’intesa, si divisero, occupandosi di un aggressore ciascuno. Li aggirarono e li costrinsero a darsi le spalle a vicenda, poi cominciarono a rispondere agli attacchi. Le spade permettevano ai due mercenari di mantenere un po’ di distanza dalle creature, ma anche disarmati, quei Reptid erano comunque dei potenti avversari, con artigli in grado di perforare le armature con inquietante facilità. Il bestione di fronte a lui caricò Dagran a fauci spalancate e con un braccio cercò di colpirlo al petto, ma il guerriero si abbassò di colpo e ne approfittò per attaccarlo al fianco, causandogli una ferita profonda. Il Reptid sibilò furioso e continuò imperterrito l’assalto, facendo schioccare le zanne e mulinando le braccia nel tentativo di afferrarlo. Nonostante l’impiccio della pioggia e del fango Dagran riuscì a schivare tutti gli attacchi e a rispondere con numerosi fendenti, e dopo un po’ lanciò un’occhiata preoccupata verso Zael. Per fortuna l’amico se la stava cavando anche senza il suo aiuto. Zael era riuscito a mettere a segno diversi colpi, a giudicare dalle ferite sul corpo del Reptid, che tuttavia non accennava a ritirarsi o a cadere.
Distratto dallo scontro dell’amico, Dagran si accorse all’ultimo secondo dell’attacco che il suo avversario gli aveva diretto contro. Riuscì a balzare indietro all’ultimo secondo, ma un bruciore alla guancia e all’addome lo avvisarono che non era stato abbastanza veloce e che l’attacco del Reptid aveva avuto in parte effetto. Il suo sangue cominciò a mescolarsi all’acqua che gli scorreva addosso tingendogli di rosso i vestiti. Le ferite comunque non erano abbastanza profonde da causare un problema, così continuò a difendersi e attaccare senza difficoltà. Il Reptid cambiò tattica e gli sferrò una spallata così violenta da fargli perdere la presa sulla spada. Dagran cercò d’indietreggiare, ma andò a finire contro una delle pareti che circondavano la piazza. A quel punto il Reptid gli fu addosso in un baleno. Con la forza della disperazione il mercenario cercò di difendersi a mani nude e per miracolo bloccò l’avversario afferrandogli i polsi. La creatura era potente, Dagran però era un uomo quasi altrettanto forte, e anche se sentiva i muscoli bruciare per lo sforzo, il mercenario riuscì a fermare per un po’ gli attacchi. Solo all’ultimo secondo si ricordò che il Reptid aveva anche le zanne. La creatura fece scattare in avanti la testa per morderlo alla giugulare. Con le mani impegnate a bloccare gli artigli del Reptid, l’unica cosa che riuscì a fare Dagran fu scostarsi per deviare il morso. Quando le zanne del Reptid affondarono nella sua spalla, non riuscì a resistere e lanciò un urlo di dolore.
«Dagran!» Zael aveva visto che era in difficoltà e in preda al panico cercò di raggiungerlo, ma il suo avversario non gli dava tregua.
Dagran digrignò i denti mentre il Reptid gli affondava i suoi nella carne. Se non si fosse liberato alla svelta, la creatura gli avrebbe strappato via il braccio e per lui sarebbe stata la fine.
Decise di tentare una mossa azzardata. Mollò la presa sulle braccia del Reptid e con un gesto rapido gli affondò le dita negli occhi, schiacciandoli come chicchi d’uva. La creatura, sorpresa e accecata, si staccò da lui e si portò le mani al viso imbrattato di sangue sibilando furiosa. Dagran ignorò le fitte dolorosissime alla spalla e approfittando della cecità del Reptid, cominciò a tempestarlo di pugni sul muso. Il Reptid non riusciva più a difendersi, Dagran allora lo caricò con tutta la forza che gli era rimasta e lo buttò a terra, vicino a dove giaceva la sua spada, poi gli balzò addosso per tenerlo fermo, recuperò l’arma e con un ringhio gliela piantò con violenza nella gola. Il Reptid gorgogliò per qualche secondo sputandogli sangue addosso, il corpo scosso dagli spasmi della morte, poi finalmente si afflosciò e smise di muoversi. Dagran rimase ansimante sopra il cadavere della creatura per qualche secondo, con la pioggia che gli lavava via il sangue di dosso. Aveva vinto lui, alla fine. Quando alzò lo sguardo, vide che anche Zael era riuscito ad avere la meglio sul suo avversario. L’altro Reptid era accasciato al suolo, pieno di ferite e con almeno un paio di frecce piantate in testa, e Zael se ne stava appoggiato a una colonna spezzata a riprendere fiato. Il suo amico guardò nella sua direzione e cominciò ad avvicinarsi barcollando. Da quel che poteva vedere Dagran, almeno lui non era rimasto ferito.
«Tutto a posto?» gli chiese Zael quando fu a metà strada. Il suo sguardo preoccupato passava in rassegna tutte le sue ferite. Dagran si guardò un attimo. Era tutto un dolore e sia il gilè che la camicia erano strappati e intrisi di sangue. Per fortuna le ferite alla guancia e sulla pancia non erano profonde come quella alla spalla, ma in qualunque caso era meglio tornare in fretta all’accampamento a cercare Mirania.
«Stai tranquillo, me la caverò» disse Dagran con tono rassicurante. Si rimise in piedi e con un ultimo sforzo, liberò la spada dal cadavere dell’avversario.
«Per fortuna erano solo due…» commentò.
Zael annuì con un mezzo sorriso, poi si blocco. Il suo volto sbiancò, gli occhi sgranati dalla sorpresa e dalla paura.
«Dagran, dietro di te!» urlò.
Tutto accadde nel giro di pochi secondi. Dagran si voltò di scatto, ma non fu abbastanza veloce. Un terzo Reptid sbucò dalle rovine e lo colpì in faccia con un pugno così potente da scagliarlo contro il muro lì vicino. Dagran batté forte la testa e scivolò a terra. Sentiva il sapore del sangue in bocca; ogni suono era ovattato, non riusciva a capire perché non avesse più la spada in mano. Intontito dal colpo, provò a rialzarsi per cercare l’arma, ma la creatura era già sopra di lui, pronta a colpirlo. Sapeva che doveva fare qualcosa, cercare di difendersi, ma aveva la testa troppo pesante anche solo per pensare. Il Reptid sibilò e alzò rapido il braccio, preparandosi a squarciargli la gola con un artigliata.
Con la coda dell’occhio vide Zael correre da lui più in fretta che poteva. Con la spada ben stretta fra le mani, il mercenario caricò il Reptid lanciando un urlo rabbioso e lo spinse lontano da Dagran, ancora mezzo svenuto, finché i due non sparirono dalla sua vista.
Mentre cercava di tornare in sé, riusciva appena a sentire lo scontro in atto fra Zael e il Reptid. A un certo punto la creatura lanciò un grido, dopodiché l’unico suono che riuscì a distinguere fu lo scrosciare della pioggia.
Dagran si rialzò più in fretta che poteva e in un attimo riuscì finalmente a trovare Zael e il Reptid, entrambi in piedi di fronte alla statua al centro della piazza. La creatura era immobile, la testa che ciondolava sul petto. Anche se non riusciva a vederlo, Zael doveva esser riuscito a trafiggere l’avversario. Recuperò la spada e con passo malfermo si avviò per raggiungere l’amico quando si accorse che qualcosa non andava. Perché Zael non si muoveva?
Proprio in quel momento, Zael fece qualche passo indietro barcollando, scostandosi dal Reptid. La creatura rimase dov’era, con la spada del mercenario piantata dritta nel cuore che lo inchiodava alla statua. Fu allora che Dagran notò il braccio della creatura che oscillava appena. I suoi artigli erano lordi di sangue fresco. Un gelo più profondo di quello della pioggia gli strinse il petto.
No… no, no, NO!
Corse più forte che poteva per raggiungere Zael, mentre l’altro si accasciava al suolo. S’inginocchiò accanto a lui e vide con orrore che ciò che temeva era accaduto. Sotto la giacca, la cotta di maglia di Zael era lacerata e cinque enormi ferite sanguinanti indicavano i punti dove gli artigli del Reptid l’avevano trapassato. La creatura gli aveva squarciato lo stomaco, perforato un polmone e colpito di striscio il cuore in un colpo solo.
Non c’era tempo da perdere. Dagran si tolse il gilè, lo appallottolò e cercò di premerlo contro le ferite di Zael per fermare l’emorragia.
«Dai Zael, resisti!» si guardò frenetico attorno, in cerca di qualcosa che potesse aiutarlo a salvare l’amico. Ma cosa poteva mai trovare lì in mezzo alle rovine e al fango? La luce dell’accampamento continuava a brillare in fondo al sentiero di fronte a lui. Era così vicino…
Zael emise un rantolo, poi cominciò a tossire. Un rivolo di sangue gli colò dagli angoli della bocca. Dagran gli sollevò la testa nel tentativo di farlo respirare meglio.
«Forza Zael, siamo quasi arrivati: il campo è proprio laggiù. Puoi farcela!»
Vedere il suo amico in quelle condizioni aveva distrutto il controllo che aveva sulle proprie emozioni. Era da quando aveva perso Celes che non provava una tale disperazione. Zael lo guardò con occhi vitrei. Cercò di tirarsi su, ma il suo corpo fu scosso da tremiti e il mercenario ricadde indietro, tossendo di nuovo e sputando più sangue di prima.
«N-non credo di riuscirci» sussurrò con un filo di voce. Dagran scosse la testa.
«Vorrà dire che ti porterò io allora. Su, aggrappati.»
Gli prese un braccio e se lo passò attorno al collo. Zael però era troppo debole e il suo braccio scivolò giù. Il giovane mercenario lo guardò dritto negli occhi. Dagran sapeva che si stava spegnendo, ma non voleva accettarlo.
«Temo… temo che dovrai andartene da solo. V-vai, non preoccuparti per me» lo pregò Zael.
«Non dire stronzate! Non ho alcuna intenzione di abbandonarti. Dobbiamo diventare Cavalieri insieme, no?» sbottò Dagran. Zael a quel punto gli sorrise.
«Sarai un grande Cavaliere. Mi piacerebbe tanto vederti…» la sua voce era sempre più bassa. Poi, lentamente, chiuse gli occhi.
«Mi vedrai, Zael,» annuì Dagran disperato «e io vedrò te, ma dobbiamo farlo insieme. Non puoi mollare proprio adesso. Cerca di resistere, Zael. Resta con me… Zael? Zael!!»
Dagran lo chiamò e lo scosse forte, ma l’amico non rispondeva più. Il suo corpo si era fatto di colpo più pesante. Zael se n’era andato.
Il mondo attorno a Dagran si fece all’improvviso muto e irreale. Non sentiva più la pioggia scorrergli addosso, il fango sotto di sé. Nemmeno il rombo dei tuoni sopra la sua testa riusciva più a raggiungerlo. Il suo amico non poteva essersene andato. Suo fratello non poteva essere morto!
Pensò ai guerrieri che aveva visto cadere prima. Affondati nel fango, sbranati senza pietà… tutti svaniti nel nulla, senza lasciare traccia. No, Zael non avrebbe fatto la stessa fine.
«Non ti lascerò qui» disse con voce tremante «Ora torniamo all’accampamento e ti facciamo curare da Mirania, okay? Vedrai, te la caverai.»
Dagran raccolse il corpo dell’amico come meglio poteva e dopo averlo stretto bene fra le braccia, si alzò e s’incamminò lungo la via per l’accampamento. La strada da percorrere non era molta, ma tra il fango, la pioggia e il peso che portava, a Dagran sembrò non finire mai. Inciampò più volte e per poco non si ritrovò ad annaspare nelle paludi.
«Ecco,» disse rivolgendosi a Zael «siamo quasi arrivati, vedi?»
L’amico però non rispose.
Sta solo dormendo, continuava a ripetersi. Sta solo dormendo…
Quando raggiunse l’accampamento, la prima cosa che lo colpì fu l’assenza di uomini di guardia, seguita subito dopo dal silenzio. Il fuoco che l’aveva guidato era abbandonato a se stesso e solo l’antica cupola sotto la quale era stato posto il braciere gli aveva impedito di spegnersi durante il temporale. Perché non c’era nessuno?
Dagran guardò meglio le tende montate in mezzo agli edifici. Molte erano strappate o coperte di sangue. Accelerò il passo in preda al panico, continuando a lanciare occhiate tutt’attorno nella speranza di trovare qualcuno. Arrivato al grande spiazzo al centro dell’accampamento, capì perché non aveva incontrato anima viva.
I cadaveri di decine di Reptid erano sparsi per la piazza, insieme a quelli dei guerrieri rimasti all’accampamento. Non era certo la prima volta che Dagran assisteva a un simile spettacolo, eppure la vista di tutti quei morti lo sconvolse.
Non doveva andare così! Perché è successo tutto questo?
A un certo punto riuscì a scorgere un viso familiare in lontananza. Yurick. Il giovane Mago se ne stava appoggiato contro la facciata di un edificio diroccato. Cominciò a correre verso di lui, convinto di trovare anche gli altri suoi compagni nelle vicinanze, ma non era preparato a ciò che si ritrovò davanti. Il ragazzo era immobile e coperto di sangue, con la testa che ciondolava inerte, l’occhio buono e la bocca socchiusi in un’espressione quasi di sorpresa. Una lancia era conficcata nel suo petto e lo inchiodava alla parete. Aveva cercato di difendersi, a giudicare dalle pietre annerite e i corpi carbonizzati intorno a lui, ma i Reptid avevano comunque avuto la meglio. Ai piedi del ragazzo trovò anche il corpo di Syrenne, incastrato fra due Reptid mezzi inceneriti. La guerriera aveva il cranio fracassato e il suo viso era nascosto dai capelli scarmigliati e dal sangue colato dalla ferita mortale. Dagran indietreggiò inorridito di fronte allo scempio che avevano fatto dei suoi amici, e dopo qualche passo, qualcosa scricchiolò sotto i suoi piedi. Era ghiaccio, una specie di sentiero gelato che puntava al cortile dell’edificio accanto.
Lowell!
Il mercenario si mosse rapido e seguì la scia ghiacciata. Svoltato l’angolo, trovò ad attenderlo uno scenario diverso dal precedente ma altrettanto orribile. Il cortile era disseminato di stalattiti di ghiaccio mezze sciolte, la maggior parte delle quali ancora incastrate nei cadaveri dei nemici sconfitti. Lowell era lì, disteso sul bordo dello stagno che occupava un terzo del cortile, con gli occhi chiusi. Il suo braccio destro era piegato in maniera innaturale, con l’osso spezzato che sporgeva dalla carne, e tre grossi squarci rossi gli si aprivano sulla schiena. Anche lui era caduto in battaglia. Dagran sentì il proprio corpo tremare sempre di più per l’agitazione. Quasi tutta la sua famiglia se n’era andata e lui non aveva potuto fare niente per impedirlo.
L’unica che non aveva ancora trovato era Mirania. Incapace di affrontare la realtà, si convinse che i poteri della Maga avrebbero riportato indietro tutti. Zael, Lowell, Yurick, Syrenne… sì, doveva solo trovare Mirania e tutto sarebbe andato a posto. Stava per andare a cercarla, ma nemmeno un secondo dopo aver formulato quel pensiero, notò la sagoma nera nell’acqua putrida, e tutte le sue speranze si spensero. La Maga era di fronte a lui, a galleggiare nel mezzo dello stagno insieme ai corpi di alcuni Reptid. Non poteva vedere il suo viso nascosto sott’acqua, ma solo il fiore bianco che le ornava i capelli, ridotto a un grumo grigio tutto rinsecchito. I Reptid l’avevano attaccata con ferocia e strappato le braccia a morsi. A quella vista, Dagran sentì qualcosa rompersi dentro di sé.
Ho perso tutto. Di nuovo.
Le forze lo abbandonarono. Cadde in ginocchio in mezzo al fango, incurante della pioggia che aveva ricominciato a cadere fitta e incapace di distogliere lo sguardo dalla morte che lo circondava. I suoi amici fatti a pezzi, il corpo freddo di suo fratello fra le sue braccia…
La vista cominciò ad annebbiarglisi; sapeva che non era per la pioggia. Si strinse forte al petto il viso di Zael e in silenzio cominciò a piangere. Tutte le persone che amava erano morte, lasciandolo in mezzo a un lago di sangue e dolore. Era di nuovo solo.
Affogato nella sua disperazione e scosso dai singhiozzi, Dagran non si accorse dei sibili sempre più forti. Alzò la testa un attimo. Quelle creature infernali erano tornate e lo avevano accerchiato. Non che questo avesse più importanza: ormai non aveva più motivi per continuare a lottare.
«Dagran?»
Una voce lo chiamava da lontano, ma non riusciva a distinguerla bene e non gli interessava nemmeno farlo. Immobile, con il corpo di Zael ancora stretto fra le braccia, Dagran osservò i Reptid avvicinarsi, eccitati all’idea di affondare i denti in una nuova preda. Uno di loro camminò su una delle stalattiti di ghiaccio ancora integre e la spezzò con la sua enorme mole causando un forte schiocco. Erano ormai a un passo…
«Dagran!»
Ora la voce gli giungeva più chiara da un punto dietro di lui, e la disperazione cedette il posto alla sorpresa quando la riconobbe.
Zael?
In quel momento una mano gli afferrò una spalla. Una mano umana. Sorpreso da quella nuova presenza, Dagran cominciò a voltarsi per vedere chi l’aveva afferrato…

… e in quel momento si svegliò.

 

Seconda parte

 

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