L’ appartamento

Un cielo plumbeo avvolse Torre del Moro, cittadina di mare e divertimenti, le cui strade, perpetuamente spazzate dal vento salmastro, attendono che il mal’essere celeste si riversi con velata violenza. Cupi nembi si strofinarono, come amanti indefessi, rischiarando la sera oramai protratta. Il tamburellio di gocce di pioggia contro i vetri, come zampe di ragni, smorzò il silenzio del piccolo appartamento, illuminato dai neon adagiati come corpi inerti sulle dispense dell’umile cucina, avvolti nelle loro carcasse di plastica e lamiera. Il grosso gatto grigio seguitò ad esprimersi in una profusione di miagolii stridenti e fusa sommese. “si Amleto, in effetti lei ha proprio un odore terribile” le dita corte e grassottelle di Guglielmo scavavano solchi nella pelliccia folta e grigia dell’animale che ancora giaceva acciambellato sulle sue gambe; folto e lanuginoso il manto, cominciava a tradire tinte canute. L’animale lo guardò con occhi eloquenti e profondi; pupille semidilatate. “che strazio che sei, non fare il permaloso, ricordati che ci pagano…” Guglielmo appuntò l’animale, che offeso si sollevo dolorosamente sulle quattro zampe, estraendo e contraendo i muscoli delle unghie che affondarono le carni dell’uomo, tenere come cera calda. La bestia scese a terra, destra, nello stesso istante in cui un fulgido lampo rischiarò il celo a nord-ovest, abbagliando con un freddo ocra le pareti su cui si dipinse la sagoma del felino, con le sue sei zampe e le due fumose code. “ahia….no aspetta, dove pensi di andare? Di là la parete è ancora squarciata, lascia stare, per dio” le parole uscirono ancor prima ch’egli si rese conto di averle pensate; esse si persero però, nelle tonanti fusa dell’animale, il quale strofinando la soffice coda contro lo stipite consumato di una vecchia porta, affacciata al corridoio, si dileguò. “ci pagheranno anche, ma fino a prova contraria, io non faccio parte del vostro circolo, per cui d’ora in poi in quella Dimora ci andrai da solo” proferì languidamente, la voce in corridoio. Guglielmo si porto finalmente in piedi, solo, al centro di un mare di oscillante luce ocra che tornava per poi dipartire, ancora ed ancora.

In fine giunsero i tuoni.

Le sedie del salottino, mal accostate alla tavola di finto legno, il tutto comperato in un discout d’interni, disegnarono strane forme geometriche fatte d’impalpabili ombre, che insistettero sul pavimento in gres porcellanato per lunghi secondi. Guglielmo le aveva già aggirate e raggiunto l’angolo cottura, su cui un solo tegame di maccheroni in pesto alla genovese, occupava uno spazio verticale.

“no ma…fammi capire! La casa, gli alcolici sotto al televisore, tutta questa pompa scaduta da bohémien e poi?” il grosso gatto fece capolino dalla porta, guardando l’uomo intento a masticare distrattamente alcuni freddi maccheroni. Così continuo “e poi mettono una Messa in filodiffusione per tutta casa? Ma per davvero? Avrei compreso, che ne sò una bossa o magari del buon manouche; non la flemmatica Messa di un autore dimenticato…bah!” il gatto tacque. Il gatto sedette, lì, sempre sotto lo stesso stipite, frustando l’aria con la vaporosa coda.

Guglielmo continuava a masticare pezzetti di maccheroni strappati alla pentola, quando dalle stanze alle spalle del grosso felino, si sollevo il canto inconfondibile dell’uccello dell’addio. “noooo,di là stà per fare giorno; fanculo!”sembrò miagolare l’uomo, avvilito. Con una serie di semplici e rapidi gesti, egli mosse verso il cassetto delle posate, come contro un avversario: strinse la maniglia serrando il pugno e lo aprì, rivelandone il contenuto. Un lungo coltello ne sparì mentre di nuovo, l’ocra avvolse tutto. Silenziosi come un banco di nebbia trasportati dal vento, l’uomo ed il gatto solcarono il varco che conduceva al corridoio e sparirono oltre la porta spalancata; solo le loro ombre sembrarono cristallizzarsi sul pavimento: la fiera a sei zampe e due code accompagnava l’uomo con quattro braccia ed il profilo di due volti disegnati in capo.


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