In hoc signo vinces

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 Se c’è un tratto dei ratfolk invidiato da tutte le altre razze senzienti, quello è sicuramente l’assoluto senso di rispetto alla comunità che lega ogni singolo individuo al suo prossimo. Occasionalmente, però, qualcuno sceglie di lasciare le orme dei padri per tentare un percorso nuovo e non ancora battuto: sia la guida di questo astruso viaggio l’avidità di oro e conoscenze o la semplice follia non ha importanza, quanto più la strada stessa.

Nel caso del mio avo non fu il sogno di una vita migliore, il rancore od il desiderio d’avventura a spingerlo nella sua decisione di allontanarsi dalla civiltà, ma semplicemente un sogno ricorrente. O, più precisamente, un incubo.

La storia di Nazir l’Affamato viene tramandata tutt’oggi ai più piccoli del clan per ammonirli, e la foresta da lui conquistata e che noi nel tempo abbiamo dilaniato dall’interno non è che il ricordo lontano di quel paradiso terreste di cui si accenna nella nostra personalissima genesi.

Nazir l’Affamato non fu sempre ciò per cui verrà ricordato. Quando ancora viveva in città con i nostri fratelli civilizzati era solamente un garzone di uno squallido forno, ignavo lavoratore privo di qualità e felice della sua inutile vita. Una notte agitata però qualcuno bussò alla sua porta nel cranio, e un vuoto maestoso sfondò le pareti della sanità. Nazir cadde giù tra le stelle per secoli prima di toccare finalmente della solida terra, e stremato da quella rovinosa caduta quanto da quell’infinita attesa cercò qualcosa da mangiare per acquisire anche un minimo di forze. Solo dopo aver messo in bocca degli strani anellidi dai molti colori in contrasto con il singolo gusto di rancido, si svegliò.

Nei giorni seguenti la fame non smise di crescere con gli incubi che aumentavano – sempre quello spazio profondo, sempre quella caduta rovinosa –, fino a che in un impeto di ingordigia non finì per addentare alla gola il fornaio per cui lavorava ancora lordo di farina dalla testa ai piedi. Ricercato dalla guardia cittadina, deluso dai fratelli che non avevano voluto coprire un assassino, e sopratutto ancora mostruosamente affamato, Nazir fuggì con i suoi tre cuccioli al seguito.

La più piccola delle due bambine finì per essere divorata durante la fuga, ed i due fratelli, un maschio ed una femmina, orribilmente denutriti mentre il loro genitore ingurgitava ogni sorta di razione che riuscivano a trovare, covavano ogni giorno di più vendetta.

Nazir li costrinse ad accoppiarsi, a far nascere dal sangue del suo stesso sangue una nuova genìa, e coltivava ogni giorno di più quel suo piccolo orto di futuri pasti. Una notte, mentre l’Affamato urlava le sue bestemmie nel sonno, il più grande dei figli lo accoltellò. Quando ciò accadde il branco contava già più di venti membri nati, di cui almeno la metà divorati dalla fame infinita.

Il nostro clan di reietti ebbe in quel periodo il migliore dei tempi: finimmo per sistemarci in quella terra sporca di sangue ma verde come non mai per accogliere a noi nuove famiglie di fuggitivi, e riuscimmo a diventare una sola grande casa per chi non aveva più nulla. L’orgoglio di avere qualcuno su cui contare, delle spalle amiche ad ogni angolo, un tozzo di pane in caso di necessità. La fierezza di essere ratfolk nella sua interezza. Sfortunatamente, però, l’orribile lascito di Nazir non era scomparso; necessitava solo di un po’ di tempo per tornare a galla.

Fu proprio il patricida, o più precisamente suo figlio, a mostrare quei segni. Nacque in un plenilunio bellissimo e la tribù festeggiava già il futuro leader, ma qualcosa al suo primo respiro non sembrava normale, anche se non era ben chiara la sua natura. Il primo anno di vita fu esplicativo.

Il bimbo, attuale trisavolo di questa generazione, fu presto soprannominato Sazrak l’Imbecille, poiché ciò che diceva non era il più delle volte comprensibile, limitandosi ogni volta a balbettii osceni usciti direttamente da un qualche obelisco d’onice collocato in un siderale luogo ignoto ai più. Aveva anche lui degli incubi atroci, dato che la sua espressione contrita nel disgusto e raccapriccio dopo ogni notte era una lingua più che chiara a chiunque si rapportasse. Ciò che più era interessante però non era questa sua somiglianza con Nazir, quanto dei poteri che suo nonno non aveva mai rivelato. Sazrak era in grado di sanare mali e crearli: una volta con la sola imposizione delle mani ed una formula fece sanguinare un lupo feroce da ogni suo orifizio, e trasformando quel fluido in caldo nettare in grado di guarire le ferite più profonde.

Proprio questi poteri, così come la sua indole per lo più benevola, fecero passare a Sazrak una vita serena, seppur incompresa. Nessuno nel clan aveva da ridire sul suo goffo modo di comunicare, e le urla nel cuore della notte finirono addirittura per essere non tanto sopportate, quanto comprese. L’Imbecille finì i suoi giorni sorridendo ai suoi cari nel suo letto di morte, pochi ratti bianchi che avevano avuto il coraggio di stargli accanto tutta la vita.

Superata l’ombra famelica di Nazir e venuta a mancare anche quella benevola di Sazrak nessuno pensava neanche più alla stirpe maledetta; non fino a che non maturò Kanni la Sorda, solo due generazioni prima di questa.

Kanni era la nipote prediletta di Sazrak, che portava spesso nelle sue escursioni in giro per la foresta. Conosceva la botanica più dei nostri alchimisti, ed in generale non c’era animale in grado di resistere al suo fascino quando intonava i suoi canti in loro presenza, senza contare la sua insaziabile sete di conoscenza in ogni campo potesse mettere mano. Kanni, però, perse l’udito quando il suo avo morì. La stessa notte del lutto ebbe un incubo atroce, oramai sintomo noto a chiunque dell’imminente sventura. Dai suoi racconti non emersero immagini, ma soltanto cacofonie disgustose. Nel nulla non c’è luce, ma nel caos si propaga il suono: ciò che aveva corrotto e piegato la mente di Kanni erano state le amenità gorgogliate e quel mostruoso sottofondo di flauti blasfemi. Tanto bastò per far sanguinare le orecchie della povera fanciulla, che finì per perdere ogni forma di udito.

Dopo quell’avvenimento l’intera famiglia fondatrice venne bollata dall’intero clan come “Al-Hazred”, maledetta, fermamente convinti che quell’orrore fosse saldamente legato alla follia che aveva mosso per primo Nazir l’Affamato alle atroci sofferenze causate ai suoi figli.

Nonostante ciò Kanni non si perse d’animo, forse anche perché non poteva sentire le malignità che gli squallidi ratti le sussurravano dietro le spalle. La Sorda continuò il suo lavoro di erborista, anche se si concentrò sempre di più su assurde ricerche ordinate da una voce inesistente. Non fece del male a nessuno, e finì per cadere nell’oblio di cui necessitava per lavorare. Quando scomparve, infatti, nessuno notò l’assenza se non io, ultimo dei suoi nipoti. E fui proprio io a trovarla alla sponda del fiume in cui noi ragazzini ci lavavamo, legata ad un tronco e con le orecchie tagliate da artigli non dissimili dai miei. Quando tornai a casa con i suoi resti in pochi piansero, ed io stesso non soffrii più di tanto.

Conoscevo la favola, e temevo per me.

Sette figli con altrettanti nipoti, questa era la discendenza di Kanni la Sorda: una infinitesimale probabilità di finire nel mirino di un dio cieco ed idiota.

Quella notte andai a dormire tardi, masticando rumorosamente quelle foglie frizzanti che oramai erano divenute non tanto un passatempo quanto più una necessità. Crescevano ovunque nella nostra foresta, e sebbene facessero sanguinare le gengive l’energia che donavano non era paragonabile neanche con il più lussuoso dei pasti, tanto da far dimenticare ogni altra cosa. Nonostante le foglie però il sonno arrivò, e con lui, il temuto incubo.

Vidi le stelle, mondi alieni, amenità di indescrivibile bruttezza. Vidi queste ultime unirsi a cerchio intorno a qualcosa, tirare fuori degli strumenti ed iniziare a suonare. Li vidi, ma non li sentii. Conoscevo la storia di Kanni, e se ciò che aveva detto era anche solo lontanamente vero, tapparsi le orecchie con la cappa di iuta era una precauzione necessaria.

L’errore, come scoprii piuttosto celermente, fu quello di guardare. La curiosità, infame alleata, era troppa; sbirciai oltre le spalle di quei mostri disgustosi solo per trovarmi di fronte ad una cosa che ad oggi non posso riuscire a descrivere nella sua interezza.

Era uno in tanti ma uno. Collettivo di errori, iconografia del potere, sultano tra le aberrazioni e caos strisciante che ricopre con i suoi tentacoli ogni aspetto di ogni singola vita. Il signore supremo che tutti dovrebbero temere, primo ed ultimo avventore dell’universo da lui stesso creato.

AZATHOTH – nome orribile.

Quando mi svegliai, continuai a vederlo. Lui era nelle mie retine in ogni istante, dietro ogni angolo, nel tronco marcio che usavo per poggiare la testa, nella pozza di vomito in cui riversavo ripensando all’accaduto, nel mio specchio mentre cercavo di vedere ciò che mai riuscirò più a notare.

Fuggii da quella che era stata la mia casa, marchiato anche io da quel nome come i miei antenati prima di me. Se qualcuno dei nostri fratelli aveva ammazzato Kanni la Sorda, non si sarebbero di certo fatti problemi a strappare i marci occhi da Mali’q l’Ottenebrato. Scappai, cercando rifugio nel cuore della foresta ignoto persino a noi.

Lì incontrai dei tagliagole, una società di banditi ben più oscura della nostra che usava quella parte della selva come riparo tra una scorribanda e l’altra. Non mi fecero molte domande né mi mangiarono, e ciò bastò per farmi rimanere con loro. Finii per restare due anni, cercando di nascondere i miei incubi e dandomi da fare al meglio di ciò che potevo permettermi per non farmi notare e contemporaneamente non risultare una semplice bocca in più da sfamare. Conoscevo le basi dell’erboristeria come mia nonna, ma in poco tempo mi ritrovai a non averne bisogno: lo stesso dio folle mi aveva concesso delle possibilità, al modico prezzo di un incubo atroce ogni notte.

Le ferite peggiori erano una bazzecola; dopotutto sanare i mali della carne era infinitamente più facile che avere a che fare con quelli della mente. Di fatto divenni un dottore da campo che non aveva nulla a che invidiare con un qualsivoglia collega di città, tranne forse che per la vista e la costante follia ad un passo da me. Due anni così, due anni di incubi uguali. Fino ad oggi.

Ho visto di nuovo Azathoth, stanotte. Non ha parlato, non lo fa mai, quantomeno in maniera sensata. I suoi molti occhi indicavano ad est, mentre i suoi flautisti anziché suonare come ogni volta, tremavano di cieco terrore. Per la seconda volta dopo il nostro primo incontro, il silenzio assoluto nello spazio infinito. Eppure Azathoth continuava a ballare anche senza la sua solita nenia. Si contorceva, disgustoso essere, quasi fosse in festa, anche nel momento in cui si sarebbe dovuto svegliare. La sua attenzione era attratta da qualcosa di diverso. Tre volte est.

E tre volte ad est andrò.


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Un commento

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    Oleron Architetto di Terraforming - 49° livello
    martedì 06 giugno 2017 @ 23:54 #

    Spiego subito prima di far casini: questo è il background per il mio pg in una campagna a tema horror su Pathfinder. Mali’q è un Ratfolk Oracolo di Azathoth, e al master serviva un background con un vizio, un’indole e dell’esperienza (poiché si parte dal livello 4). L’ho scritta di getto stasera anziché giocare ad Overwatch, e visto che c’ero l’ho messa anche qui. Un bacione

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