Harry Potter and the Cursed child: recensione del (non) ottavo libro

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Ho appena terminato la seconda lettura di “Harry Potter and the Cursed Child”: dopo essere corsa a comprare l’edizione inglese il giorno stesso dell’uscita e averla letteralmente divorata, ho ora completato anche la lettura della versione italiana e decisamente sento il bisogno di fare il punto su questa storia. Avrei voluto scrivere una recensione priva di spoiler, che potesse convincere eventuali scettici ad avvicinarsi a “The Cursed Child”, ma mi sono presto resa conto di non esserne in grado. Come ogni storia della Rowling anche questa non la si può capire del tutto finché non la si è completata e i dettagli sono così sottili, precisi e complessi che la narrazione dà il meglio di sé alla seconda lettura (o visione, visto che questo non è un libro, ma uno spettacolo). Per cui da ora in poi gli spoiler saranno tantissimi, se non conoscete la storia, continuate a vostro rischio e pericolo!

 

Personalmente ho adorato la trama proposta e inizialmente reagivo seccata a tutti quelli che come primo commendo, invece di un entusiasta “È bellissimo!!!”, affermavano “Però non è l’ottavo libro!”, ma dopo attenta riflessione e questa seconda lettura devo dargli ragione: non è l’ottavo libro… ma non voleva e non doveva esserlo!

La storia è molto particolare e la prima cosa che per me la allinea agli altri libri è proprio questo: la trama è, completamente diversa da ciò che mi aspettavo, JK è riuscita ancora una volta a sbalordirmi! La vicenda inoltre si inserisce bene nella trama principale, esattamente come “Fantastic Beast”, ma l’incastro in questo caso è così preciso al millimetro, che lascia inizialmente sotto shock. Perciò ragioniamoci un po’ a mente fredda. Il settimo libro dura 9 mesi e una manciata di giorni, da fine luglio a inizio maggio, quindi anche se non abbiamo modo di sapere quando Bellatrix sia rimasta incinta, non si può negare che il tempo minimo per una gravidanza ci sia. Lo stesso medesimo tempo per altro in cui vie concepito e nasce Teddy Lupin, visto che la notizia della sua nascita raggiunge Harry e il lettore pochi giorni dopo che il trio è stato a Villa Malfoy – sull’importanza di questo luogo tornerò tra poco. È vero anche che non abbiamo avuto in tutto il settimo libro alcun sentore che la Lestrange fosse in dolce attesa, ma ogni volta che la incrociamo da lettori abbiamo, come nel novanta percento dei casi nei libri della saga, il punto di vista di Harry, a cui notoriamente sfuggono moltissimi particolari, per cui non è per nulla strano che – per altro a metà di una battaglia – gli sia sfuggito che Bellatrix aveva messo su qualche chilo. Inoltre che la bella Mangiamorte fosse innamorata di Voldemort era evidente e l’aver messo al mondo il figlio del Signore Oscuro è un’ottima spiegazione per un importante passaggio del settimo libro: finalmente scopriamo perché la più accanita sostenitrice di Voldemort in piena guerra magica si nascondesse a Villa Malfoy, dove a detta JK in persona sarebbe nata l’Augurey.

Come le altre storie della saga mi ha stupito e rapita subito, andando in una direzione molto diversa da quello che mi aspettavo, ma qualche problema nella lettura devo ammettere di averlo riscontrato: la narrazione è semplicemente troppo veloce e finisce per non far montare a sufficienza la suspance. Questo però a mio avviso non può essere elencato tra i difetti dell’opera, perché quello che stiamo leggendo non è un libro e non credo si possa giudicare la velocità della vicenda senza averla vista a teatro. Devo ammettere che ogni volta che riuscivo a immaginarmi la scena recitata su un palco, piuttosto che i personaggi nel loro mondo, i ritmi sembravano tornare al loro posto. Inoltre così smettevo di sentire la mancanza delle descrizioni delle scene e cercavo invece di immaginare le incredibili macchine sceniche che devono aver installato: decisamente questo spettacolo meriterebbe un viaggetto a Londra per vederlo a teatro!  Se la Rowling avesse scritto questa vicenda, secondo me, avrebbe impiegato almeno quattro libri, è il mezzo scelto a determinare un ritmo così accelerato, perché supplisce visualmente all’assenza completa delle descrizioni. Però se a teatro funzioni sinceramente non so dirlo, anche perché è la prima volta che approccio la lettura di uno script. Certo però un po’ quei quatto libri avrei voluto leggerli, per veder crescere questi nuovi giovani maghetti un passo alla volta e gustarmi l’evoluzione dei loro personaggi.

Parlando di personaggi trovo i nuovi ragazzini molto divertenti: hanno preso qualcosa da ognuno dei loro genitori, non sempre il meglio, e hanno anche molto di loro. Albus in particolare è estremamente simile ad Harry, ma Harry stesso non riesce ad accorgersene, perché ha dimenticato com’è avere 15 anni. Il giovane Potter non assomiglia a Harry adulto né a quello degli ultimi due libri, ormai cresciuto e a un passo dalla maturità, ma a quel ragazzino che gli adulti cercavano di tenere al sicuro, lontano dai loro problemi, e che non capiva quasi mai il comportamento dei grandi, perché non conosceva tutte le ragioni che li spingevano ad agire. Anche Harry allora, come Albus adesso, prima si arrabbiava, poi agiva e solo come ultima eventuale risorsa chiedeva spiegazioni. Insomma Albus assomiglia a suo padre nel quinto libro e come lui agisce sulla base delle – poche – informazioni filtrate per caso dal mondo adulto, arrabbiandosi perché non è messo a parte di ogni cosa. Mi chiedo se Harry gli racconterà della morte di Sirius, potrebbe essere una storia molto istruttiva.

Per quanto riguarda i nuovi adulti, invece, ho avuto bisogno di un momento per inquadrarli e ritrovarci i giovani cresciuti. Questo, secondo me, perché non solo sono cresciuti, ma questa volta non sono nemmeno i protagonisti: sono loro che vediamo solo di sfuggita e spesso attraverso gli occhi dei più piccoli, come prima accadeva per i Mangiamorte e i membri dell’Ordine della Fenice. Tenendo conto del cambio di prospettiva e del tempo passato, li ho ritrovati facilmente.

Per quanto riguarda la traduzione italiana, nella (limitata) misura in cui sono in grado di dare un giudizio non essendo una traduttrice, mi sembra fatta molto bene. La traduzione del titolo è perfetta: lascia il dubbio fino all’ultimo su chi sia il bambino maledetto, resa non facile in Italiano. L’uso dei nomi originali non mi ha dato fastidio, avendo letto tutti gli altri libri anche in inglese per me ormai sono interscambiabili, ma avrei evitato di tradurre diversamente alcuni termini ormai classici, per esempio la scelta di “Salice schiaffeggiate” invece di “Platano picchiatore” per quanto più corretta non mi è piaciuta. (Ma questo è un problema che personalmente ho con tutte le nuove traduzioni dei libri di Harry Potter). In ogni caso il testo era complesso, con molto slang, io e Google Traduttore siamo stati messi in difficoltà più volte, quindi per me questa volta un voto alto alla traduzione è obbligatorio.

Quindi, se volete il mio consiglio, leggete “Harry Potter e la Maledizione dell’erede”, ne vale proprio la pena. Personalmente ho un nuovo sogno nel cassetto invece: riuscire ad andare a Londra a vederlo messo in scena.


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