Fratelli (1/2)

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Vecchie ferite

Non riusciva proprio a dormire quella notte. Dagran provò a cambiare posizione nel suo giaciglio, ma era inutile.
Cecil aveva permesso a lui, Zael e Lowell di dormire nel suo fienile, scusandosi per non avergli offerto una sistemazione migliore e dandogli delle coperte per mettersi più comodi.
«Finché non ricostruiremo il villaggio, saremo a corto di spazio. Mi dispiace di non potervi offrire di meglio, dopo tutto quello che avete fatto per noi.»
Avevano accettato di buon grado, rassicurandolo che andava più che bene: con il loro mestiere, si erano adattati a dormire in condizioni di gran lunga peggiori; inoltre Dagran era cresciuto in una fattoria come quella prima di diventare orfano, e dormire in un fienile gli riportava alla memoria momenti più felici.
Se solo le circostanze che li avevano condotti fin lì fossero state altrettanto allegre…

Erano passati da quelle parti per puro caso, in cerca di una nuova missione, e si erano imbattuti in quel villaggio, proprio durante l’attacco di una banda di saccheggiatori. I banditi non erano molti, ma avevano incendiato le case e ben pochi fra gli abitanti erano in grado di brandire un’arma, perciò l’intervento dei tre mercenari era stato provvidenziale. Non che li avessero ringraziati: loro tre erano mercenari, perciò, secondo gli abitanti del villaggio, li avevano aiutati solo nella speranza di ricevere una ricompensa, per quanto Dagran e gli altri avessero assicurato il contrario. Per fortuna Cecil, uno dei fattori che era riuscito ad affiancarli nella lotta, aveva un parere diverso al riguardo.
«Se non fosse stato per il vostro intervento, a quest’ora la maggior parte di noi sarebbe morta o peggio: offrirvi la mia ospitalità è il minimo che posso fare.»
E così il fattore aveva accolto sia i mercenari che molti dei compaesani che avevano perso la propria casa nella sua fattoria, scampata per miracolo agli incendi, permettendo loro di passare una tranquilla notte di riposo… o nel caso di Dagran, di provarci.

Si rigirò per l’ennesima volta. No, era troppo agitato. Sbuffò irritato.
E che cazzo! Proprio stasera?
Rassegnato a passare una notte insonne, Dagran incrociò le braccia dietro la testa e si mise a fissare il soffitto. Dopo quel che avevano passato quel pomeriggio, il riposo era fondamentale, ma a quanto pareva l’ansia accumulata durante la battaglia non voleva dargli tregua.
A un tratto sentì un gemito soffocato, così si voltò per controllare la situazione. La luce della luna filtrava attraverso la finestra del fienile, illuminando l’ambiente e permettendogli di vedere bene le sagome dei suoi due compagni. Lowell era il più lontano e stava dormendo tranquillo, mezzo nascosto dalla paglia. Zael invece non sembrava altrettanto sereno, infatti si stava agitando sotto la sua coperta. Dagran lo fissò preoccupato. Aveva già intuito cosa stesse accadendo all’amico; dopo la giornata appena trascorsa era inevitabile.
Proprio come si aspettava, non ci volle molto prima che Zael si alzasse di scatto dal suo giaciglio, trattenendo a stento un grido. Era sudato e aveva un’espressione terrorizzata sul volto. L’osservò ansimare per qualche secondo prima che Zael si accorgesse di lui.
«Ah, Dagran! Scusa se ti ho svegliato» disse a voce bassa mentre cercava di calmarsi.
«Non c’è problema, tanto non riuscivo a dormire» lo rassicurò, poi lanciarono entrambi un’occhiata verso Lowell. Il Mago continuava a dormire, come se non si fosse accorto di nulla. Zael distolse lo sguardo con un sospiro di sollievo, ma l’ansia sul suo viso non sfuggì all’occhio allenato di Dagran.
«Incubi, eh?» gli domandò. Zael non rispose, non ce n’era bisogno.
Erano anni che non gli capitava.
Una cosa era certa: Dagran non sarebbe stato il solo a trascorrere una notte insonne. Vedendo l’amico indeciso fra rimettersi a dormire e rimanere sveglio, gli tornò in mente un ricordo della loro infanzia. Un ricordo legato proprio ai loro incubi, e questo gli diede un’idea. Magari era una cosa sciocca, ma provare non costava nulla.
Sotto lo sguardo incuriosito di Zael, Dagran si alzò dal suo giaciglio, raccolse più paglia che poteva e la usò per imbottire la sua mantella. Quando fu soddisfatto del proprio lavoro, appoggiò il cuscino improvvisato contro il muro e si mise a sedere, dopodiché si rivolse all’amico.
«Vieni qui» disse, facendogli cenno di sedersi di fronte a lui. Zael lo guardò perplesso per un attimo, poi finalmente ci fu un lampo di comprensione nei suoi occhi. Aveva ricordato anche lui, alla fine.
«Parli sul serio?» chiese scettico. Dagran ridacchiò.
«Non fare storie e vieni qui!»
Rimase un attimo fermo, poi con uno sbuffo esasperato si alzò e lo raggiunse, sedendosi come gli aveva indicato.
«Fantastico…» borbottò Zael dandogli le spalle.
Dagran sorrise. Gli mise addosso la coperta, poi circondandolo con le braccia lo tirò a sé e si appoggiò alla mantella imbottita.
E pensare che all’inizio era lui a chiedermelo!
Quando erano ancora dei bambini e avevano appena iniziato a viaggiare insieme, Zael aveva gli incubi quasi ogni notte e allora Dagran, preoccupato per l’amico – ma anche stufo di non riuscire a dormire a causa sua – aveva provato a fare la stessa cosa che facevano con lui i suoi genitori quando erano ancora vivi. Così, quando l’amico si era svegliato per l’ennesima volta nel mezzo della notte, si era infilato sotto le coperte con lui e l’aveva tenuto stretto a sé finché i singhiozzi non erano cessati. Da quel momento, per un lungo periodo i due avevano passato le notti così, abbracciati l’uno all’altro per scacciare i propri demoni notturni, finché Zael non aveva dichiarato di essere troppo grande per una cosa del genere.
«Voglio diventare forte come te, Dagran» gli aveva detto all’epoca «così non sarò più un peso!»
Dagran scacciò quei ricordi dalla sua mente per concentrarsi sul presente. Zael se ne stava rigido fra le sue braccia e gli tamburellava nervoso con le dita sul ginocchio, senza dubbio imbarazzato per la situazione.
«Ora rilassati» gli disse appoggiando il mento sulla sua spalla come faceva ai vecchi tempi.
«Facile a dirsi! E se qualcuno entrasse e si facesse un’idea sbagliata?»
A quel punto fu Dagran a sbuffare esasperato. «Zael, siamo in un fienile in piena notte: chi vuoi che venga qui adesso? E poi scusa, hai forse visto qualche ragazza da queste parti su cui volevi far colpo?» gli domandò a tradimento.
Zael sussultò. Era sempre così quando si parlava di donne in quel senso: diventava subito rosso e muto come un pesce. Dagran si chiese divertito quale sarebbe stata la sua reazione se avesse cercato di tirarselo dietro durante le sue visite ai bordelli.
Probabilmente sverrebbe non appena capita la destinazione!
Come si aspettava, Zael rimase a lungo in silenzio.
«No» ammise dopo un po’, con appena una punta di fastidio.
«Neppure io, perciò la nostra reputazione non corre rischi per ora» replicò lui con un sorriso.
L’amico sbuffò poco convinto, ma non replicò. Rimasero zitti per un po’, prima che Zael decidesse di rompere il silenzio.
«Credi davvero che serva a qualcosa?» questa non c’era fastidio nella sua voce, ma pura e semplice curiosità. Dagran ci rifletté un secondo.
«Beh, perché no? In passato ha sempre funzionato, dopotutto.»
«Sì, ma era diverso. Eravamo bambini… e tu non eri così peloso!» aggiunge Zael con un ghigno mentre scostava il viso. A quanto pareva la sua barba gli faceva il solletico quando parlava.
«Alle donne vado bene così. Nessuna se n’è mai lamentata» gli rispose grattandosi con noncuranza il mento.
Quel rapido scambio gli era bastato per capire che la sua trovata stava davvero avendo effetto: Zael era molto più rilassato adesso, e a essere sinceri pure lui si sentiva meglio avendolo vicino. Tuttavia, il ritorno degli incubi lo preoccupava.
«È sempre lo stesso, vero?» gli chiese serio. Non c’era bisogno di specificare oltre, infatti Zael annuì poco dopo.
«Lo immaginavo.» commentò Dagran con un sospiro.
Lo conosceva fin troppo bene quel sogno, infatti era lo stesso che aveva tormentato pure lui, anche se con piccole differenze. Gente che urlava, case in fiamme, assassini in cerca della prossima vittima…
Quelli non erano semplici incubi, ma ricordi. Dei giorni in cui erano diventati orfani. Quelle immagini li avevano tormentati per molto tempo, segnando in maniera indelebile le loro vite. E quel pomeriggio, era come se avessero rivissuto tutto daccapo. Per un secondo, durante quella battaglia, Dagran e Zael avevano cessato di essere due mercenari adulti ed erano tornati ad essere dei bambini spaventati, che assistevano impotenti alla distruzione di tutto ciò che avevano di più caro.
«Mi sono bloccato, oggi.»
«Uhm?» Dagran si riscosse a quelle parole e guardò l’amico con la coda dell’occhio.
Zael sospirò, prima di spiegare. «Quando ci siamo trovati là, in mezzo a tutto quel fuoco… ero paralizzato» sembrava farsi sempre più piccolo mentre parlava. «Era proprio come allora. Mi sembrava addirittura di vedere le stesse facce! Se non ci foste stati tu e Lowell a smuovermi, non so se…»
Lasciò in sospeso la frase. Dagran lo capiva molto bene. Anche a lui era successa la stessa cosa, solo che la sua rabbia, per una volta, era riuscita ad avere un effetto positivo e a farlo tornare quasi lucido anziché accecarlo completamente e farlo agire da sconsiderato, permettendogli di caricare i nemici con tutta la forza che aveva in corpo. Che il suo stile di combattimento fosse piuttosto impetuoso ormai i suoi amici lo sapevano da tempo, ma quel giorno si era avventato sui banditi con una furia che non aveva mai mostrato prima: nella sua mente, le facce dei Cavalieri che avevano sterminato il suo villaggio e la sua famiglia si erano sovrapposte alle loro, e questo aveva risvegliato in lui un’irrefrenabile sete di sangue.
Zael invece era rimasto immobile, quasi fosse in trance. Lowell e Dagran avevano dovuto quasi buttarlo a terra per riscuoterlo. Pur cercando di non darlo a vedere, il Mago era rimasto sconcertato dall’atteggiamento dei suoi compagni, così diverso dal solito, e questo a Dagran non era sfuggito. Forse il mattino dopo gli avrebbe spiegato la faccenda, nel caso avesse tirato fuori la questione.
Nel frattempo, aveva altro a cui pensare.
«Ehi, capita a tutti di perdere la concentrazione e fare una cazzata di tanto in tanto» disse a Zael «Non è niente di cui preoccuparsi.»
In realtà non era affatto così: con il loro mestiere, un attimo di distrazione come quello poteva portare a una morte rapida e inutile, e in altre circostanze gli avrebbe fatto una sfuriata tale da fargli tremare la terra sotto i piedi. Tuttavia, quella notte, non se la sentiva di rigirare il dito nella piaga, senza contare che lui stesso in passato aveva rischiato più volte di rimanerci secco per il motivo opposto.
Questo ci dovrà servire da lezione.
«Guarda che lo so benissimo che stai mentendo, Dagran. Sono stato un idiota! Non posso permettermi di farmi sopraffare così dalle mie emozioni nel bel mezzo di una battaglia. Cosa accadrebbe se mi bloccassi di nuovo e non ci foste tu o Lowell al mio fianco? O se per colpa mia vi succedesse qualcosa? Non me lo perdonerei mai!»
Dagran rifletté sulle parole dell’amico. Era fin troppo sensibile per essere un mercenario, tuttavia non voleva che cambiasse. Se non fosse stato per la sua bontà, forse a quest’ora il suo desiderio di vendetta l’avrebbe trasformato da tempo in un mostro sanguinario. La presenza di Zael, pur non riuscendo a cancellare del tutto la sua rabbia, era in grado di dargli speranza, di fargli credere che un giorno perfino uno come lui avrebbe potuto condurre una vita normale e serena.
Tu sei una persona buona, Zael. Non come me…
Lo strinse ancora più forte a sé.
«Non devi preoccuparti di questo, va bene?» gli disse «Siamo tutti e tre in grado di badare a noi stessi. E comunque siamo una famiglia: ci saremo sempre gli uni per gli altri.»
Una famiglia che continuava a perdere i pezzi, ma quello era meglio non ricordarlo. Il tradimento di Zoran, quando qualche mese prima era scappato, portandosi dietro la maggior parte dei loro averi e facendoli quasi sbattere in prigione, era una ferita ancora fresca. La morte di Celes poi… Dagran sapeva che quella non sarebbe mai guarita; non nel suo spirito e purtroppo neppure nel suo corpo.
Zael gli strinse un braccio, e anche se non poteva vederlo in faccia, sentiva che stava sorridendo. Almeno loro c’erano ancora, dopo tutto questo tempo e nonostante le avversità.
«Ti senti meglio adesso?» gli chiese. Una volta ricevuto un cenno affermativo, Dagran si ritenne soddisfatto.
«Va bene, allora. Direi che è il caso di tornarcene a dormire.»
Fece per tirarsi su, ma si accorse che Zael gli stringeva ancora il braccio.
«Dagran?» lo chiamò poco dopo voltandosi verso di lui. Riusciva a percepire dell’incertezza nella sua voce. «Ti… ti spiace se per stasera..?»
All’inizio non capì cosa intendesse. Quando poi comprese, gli lanciò una finta occhiata di rimprovero.
«Ma come? Un uomo adulto come te che ricorre a mezzi per bambini per dormire?» lo canzonò, ricevendo come risposta un sorrisetto ironico e un’eloquente scrollata di spalle. Avevano iniziato, tanto valeva finire.
«D’accordo,» gli concesse «basta che non mi sbavi addosso!»
«Beh, allora tu vedi di non russare, almeno per stasera. Perché credi che io e Lowell ci fossimo messi così lontani?»
Finito lo scambio di frecciate, i due sistemarono di nuovo il giaciglio e quando tutto fu pronto, ci si sdraiarono entrambi, uno accanto all’altro, ma questa volta Zael gli si strinse addosso di suo, poggiandogli la testa sul petto. Per un attimo Dagran aveva pensato che l’amico avesse dimenticato quel dettaglio, ma era evidente che si era sbagliato.
La prima volta che erano ricorsi a quel trucco, gli aveva confidato che la cosa che lo rilassava di più, quando i suoi genitori lo stringevano così, era poter sentire il battito del loro cuore. Gli dava un grande senso di sicurezza. Incuriosito, Zael aveva provato a fare lo stesso, e dopo diversi tentativi era riuscito a percepirlo.
«Ecco, ora lo sento.»
Ancora perso nei ricordi, Dagran rimase interdetto sentendo quel sussurro. Erano le stesse parole che da bambino Zael diceva ogni volta, poco prima di dormire. Lo sentì tirare un sospiro di sollievo. Nel giro di un paio di minuti, il suo respiro si fece più profondo, e Dagran capì che si era addormentato.
L’osservò in silenzio, riuscendo a trovare anche lui un po’ di pace. Quella giornata era stata senza dubbio un continuo tuffo nel passato. Erano tornati bambini, scaraventati nel momento peggiore della loro vita, ma adesso stavano rivivendo alcuni dei loro ricordi più belli insieme.
Cercando di muoversi il meno possibile, afferrò la coperta e la sistemò meglio sulle spalle di Zael. Ripensò alle parole che gli aveva detto poco prima; che erano una famiglia e che ci sarebbero sempre stati gli uni per gli altri. Sì, avrebbe fatto qualunque cosa per la propria famiglia, per lui, anche sprofondare all’inferno, se necessario. Gli passò una mano fra i capelli, e in un sussurro che solo loro potevano udire, ribadì il suo impegno.
«Ci sarò sempre per te.»
Chiuse gli occhi, e poco dopo anche lui riuscì finalmente ad addormentarsi.

 

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