Retròmania – Come se non esistesse un Konami

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Introduzione:

Aspettando il Retrò.

Gli anni Ottanta, se te li ricordi troppo bene, vuol dire che non c’eri!”

Diceva bene nella sua autobiografia, Vince Neil, frontman patinato dei Motley Crue, uno dei veri rappresentanti, con la sua band, di quella che, per molti, è considerata ancora l’Età dell’Oro dell’intrattenimento, la “casa dolce casa” del kitsch.

Eppure oggi, spulciando nei meandri dell’immaginario collettivo, sembra quasi che nessuno di noi sia nato alle soglie del nuovo millennio. Non importa che tu abbia 18 o 40 anni.

Siamo tutti coetanei con i ricordi degli altri, tutti pronti a snocciolare, con un joystick in una mano, un Super Santos nell’altra e una BMX in garage, aneddoti, ricordi, dettagli, citazioni e memorabilia di un passato remoto.

Tutti disposti a spingerci ai confini più estremi del nostro hard disk mnemonico, pur di crogiolarci in un feticismo anacronistico verso un’epoca mai/già vissuta: gli anni Ottanta.

Chi avrebbe mai ipotizzato, che l’inizio di questo nuovo secolo, preannunciato come iper-tecnologico, sarebbe stato caratterizzato dal monopolio della nostalgia? Netlifx, sembrerebbe, ma non solo.

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Così eccoci qui, nella torrida estate del 2017, a vomitare arcobaleni sul trailer della nuova stagione di “Stranger Things” dei Duffer Brothers, ambientata nel 1984, tra una citazione di Don Bluth e una di Vincent Price

A dibattere sulla trasposizione animata di “Castlevania” di Warren Ellis, perche ha tradito lo spirito del gioco del 1986.

A sudare, per accaparrarci le riproduzioni lillipuziane delle vecchie console, annunciate da Nintendo e Sega, i due colossi storici dell’antagonismo videoludico, che tornano a contendersi il mercato insieme con l’Atari in un duello fino all’ultimo pixel.

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Il tutto, mentre vanno sold-out i biglietti per la reunion dei Guns’ N’ Roses e gli U2 celebrano, a furor di popolo, l’anniversario di “The Joshua Tree, l’album della consacrazione, datato 1987 (lo stesso anno di “Appetite For Destructionn.d.a).

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È come se fossimo sospesi in un limbo spazio-temporale, incastrati in una perenne adolescenza, ibernati nello stesso momento, nello stesso posto, nelle stessa situazione, destinata a ripetersi all’infinito; come Bill Murray, ma senza marmotta.

Gli Anni Ottanta e la nostalgia di massa.

Non siamo certo i primi a flirtare sadicamente con la nostalgia di un tempo glorioso, infestato da fantasmi di persone, luoghi e circostanze, frequentabili, ormai, soltanto nella memoria.

Abbiamo una serie di antenati illustri che lo testimoniano:

Ulisse, Gatsby, Charlie Brown.

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Tuttavia, pur sembrando sempre la solita “canaglia”, che tutti hanno corteggiato, ciclicamente, come antidoto a un presente sofferto e insopportabile, qualcosa è cambiato; persino Max Pezzali affermerebbe che la nostalgia non è più quella di una volta.

Quello che prima era un sentimento esclusivo, legato a una malinconia, più o meno giustificata, nei confronti di esperienze private, maturate in un passato, sicuramente edulcorato ma vissuto in prima persona; si è trasformato lentamente in qualcosa di pubblico, all’ombra del nostro vissuto ma sotto la luce dei riflettori. Il nostro patrimonio più intimo e soggettivo è diventato quanto di più impersonale e uniforme si possa credere.

Paradossalmente, è proprio dagli anni Ottanta in poi che la nostra nostalgia non è stata più la stessa.

Perché è li che è cambiata la nostra sensibilità, davanti agli schermi del cinema e della televisione, cominciando a sperimentare forme di auto-percezione e auto-definizione non più politiche, geografiche o sociali ma generazionali, collettive, trasversali; in base al nostro ruolo di consumatori e di spettatori.

I nostri ricordi sono stati sostituiti da depositi e surrogati di affettività, talmente posticci da diventare reali.

Senza che ce ne accorgessimo, siamo passati da attori a vittime di una “nostalgia di massa”, mutuata nei confronti di un passato qualsiasi, dai contorni indefiniti, non importa se remoto a noi stessi, in quanto mai vissuto, ma in quanto riconoscibile e condivisibile nella sua trasfigurazione mediatica.

Si chiama “nostalgia mediale”, il lato oscuro della modernità, proprio perché figlia di immagini, sensazioni e suoni scaturiti e suscitati dai nuovi media, dispositivi capaci di archiviare il tempo e dunque in grado di ri-attualizzarlo, attraverso una spiccata capacità iconografica di rappresentazione, a seconda delle esigenze di un mercato sempre più florido, quello del marketing.  

La nostra è l’epoca del vintage, dei revival, del retrò, termini socialmente gradevoli ma etimologicamente sospetti, che giustificano questo atteggiamento, occultando sapientemente l’anagrafe e presentandoci un passato pret-a-porter, in cui ognuno indossa una nostalgia su misura, a seconda delle stagioni.  

Non è un caso, se la maggior parte dei prodotti culturali che ci circondano, in ogni ambito, traggono forza dal rimpianto e dall’allusione, sempre più marcata, ad altre immagine e ad altri simboli di un passato recente; senza avere più alcun legame di continuità temporale, nessun rapporto di causa/effetto, in cui il “prima” debba giustificare il “poi“.  

Il cinema hollywoodiano, ormai da troppo tempo, produce sostanzialmente remake, reboot, sequel di vecchi brand di successo, o peggio prolifera di pellicole ispirate a personaggi dei comics, ormai abusati del riciclo seriale, argutamente rivitalizzate, da colori fluo e colonne sonore al fulmicotone. 

Interi canali satellitari e digitali sono dedicati alle repliche di vecchie serie tv. Mentre la rete pullula di siti, forum, blog, che annunciano trionfalmente il ritorno di  cartoni animati, programmi, sigle di venti-trent’anni fa. 

Si tratta di un meccanismo, estremamente redditizio, che ammicca ad ogni generazione, tramite messaggi e prodotti (giocattoli, cibi, gadget) che riconducono a una fittizia “età perduta” , a cavallo tra l’infanzia e l’adolescenza, in cui tutto appariva più semplice e spontaneo. 

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Negli anni Ottanta è stato il turno dei “favolosi anni Sessanta”, nel decennio successivo quello dei controversi anni Settanta, fino a questo nuovo millennio che celebra un altro decennio nella riproposizione totalizzante, ossessiva e mimetica dei suoi stilemi.

Quale decade migliore da saccheggiare d’altronde se non la culla sgargiante dell’universo geek, dei primi primi vagiti della realtà virtuale, delle ballad strappamutande e dei grandi blockbuster generazionali?

Gli strumenti per partecipare “attivamente” a questa nuova ondata ci sono tutti: dalle applicazioni mobili per customizzare il nostro smartphone, come Rad Pack Proa quelle per registrare i nostri video in VHS, come VHS Camcoder, magari mentre ascoltiamo la nostra playlist di musica synth dal canale ufficiale New Retro Wave.

Basta un click per tornare indietro di trent’anni.

Come resistere alla tentazione febbrile di guardasi alle spalle? Soprattutto oggi. Nell’epoca del precariato esistenziale, dove ogni cosa è in continuo cambiamento e costante ridefinizione, dove si stenta a sognare, costretti a vivere “come se non ci fosse un domani”; è chiaro che il passato appaia come l’unico rifugio possibile. 

 

Internet in questo senso è la rete perfetta, un museo aperto H.24, però comporta un rischio. Per attivare la nostalgia, è necessario che ci sia un periodo di latenza, in cui l’oggetto del boom nostalgico scompaia, prima di riemergere.

Ma se tutto è istantaneamente disponibile e fruibile sul web cosa succede? Come fa a diventare vintage qualcosa che non scompare mai dalla vista? Bisogna agire in fretta, accelerare i tempi.

Questo comporta una progressiva infantilizzazione del pubblico di riferimento, tanto da decretare la comparsa precoce della nostalgia, a partire dall’adolescenza stessa. Vivremo dunque nell’epoca dell’eterna adolescenza? In un certo senso, già ci viviamo

D’altronde la nostra generazione è quella dei Millenials, i Peter Pan 2.0, cresciuti tra due epoche, gli anni Ottanta e il 2000, tra l’analogico e il digitale, nel bel mezzo della depressione economica.

Ricordiamoci però che siamo la generazione Y, come il simbolo del flusso canalizzatore: il componente chiave per viaggiare nel tempo, dunque siamo anche quelli più preparati ad orientarci in ogni direzione.

Un destino nel nome ma anche uno spunto di riflessione.

Conclusioni: Back To The Future  

Recentemente secondo i calcoli di un eminente scienziato di Hill Valley, il Dottor. Emmet Brown, noto, a livello accademico, per aver brevettato un metodo empirico per analizzare i nessi temporali della fascinazione tra passato e presente; sembra che il futuro sia finalmente arrivato.

Probabilmente è diverso da quello che avevamo immaginato, ma di certo non è stato ancora scritto, siamo ancora in tempo. È questo quello che conta.

Il futuro è il risultato di quello che facciamo nel presente, perciò facciamone buon uso. 

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