Mind Blank

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«Piano terra. Buon proseguimento di serata, dottoressa Medina» cinguettò l’ascensore, con una voce flautata. Si fermò con dolcezza, mentre le sue porte, ronzando di piacere, si aprirono sulla hall del laboratorio.

Riallineai il comunicatore neurale da “lavoro” a “tempo libero” prima di incamminarmi verso il Security Chief per la procedura di Controllo Identità.

 

Santino mi salutò dalla sua sedia con un cenno di mano, chinando il capo e abbassando le ololenti sul naso per vedermi meglio. Nel riflesso dei suoi occhiali olografici vidi le immagini di repertorio dell’incontro Malak’ev contro Jameson per la cintura dei pesi straordinari di Chess Boxing. Cercai di nascondere il mio disappunto. Santino era un omone buono ed educato, ma digerivo poco il lassismo che mostrava nell’esercizio delle sue funzioni. Piegai moderatamente gli angoli della bocca in un sorriso privo di calore.

Santino fece ruotare con delicatezza lo scanner verso di me. Vidi sullo schermo una piccola animazione che mi invitava a strusciare il polso sulla sua superficie. Deglutii a fatica, senza apparente motivo.

«Buonasera, dottore’. Come sta?» mi chiese, ed ebbi la consapevolezza che a una domanda sincera si aspettasse una risposta vera, non meccanica, non di maniera. Ci pensai un po’, ma per offrire una risposta vera è richiesto tu la conosca, ed è un lusso che non era concesso quel giorno.

Riuscii a mugugnare un “Per fortuna è venerdì” con tono affatto convinto, ma notai che Santino ne fu lo stesso soddisfatto.

Povero Santino: istruzione via mnemostick, protocolli di addestramento professionale per abitanti di fascia C, aspettativa di vita poco sopra agli standard, molto bassi, dello sprawl. Pensava davvero che il fine settimana fosse capace di liberarlo, di mondarlo, che il crogiolarsi in un’apatica improduttività contenesse in sé il seme di un indefinito appagamento personale. Una replica di Chess Boxing, una tazza di bevanda al gusto di soykaf e un coito con la moglie depressa gli sembravano buoni motivi per gioire al timbro del cartellino in uscita.
Si dice che la felicità stia nelle piccole cose. Io penso che sia soltanto la semplicità a stare nelle piccole cose, mentre la felicità non abbia niente a che vedere con tutto questo.

Passai il polso col chip di riconoscimento sul lettore dello scanner, che rispose al movimento del mio braccio con un “bip” di approvazione. Sentii scattare le porte di fronte a me e ne fui sollevata, istintivamente. Come se fosse contemplabile un altro risultato. Come se potessi uscire diversa da come ero entrata. Come se le persone cambiassero nel giro di un giorno. Come se la materia stessa di cui siamo formati si potesse ricombinare casualmente in qualcosa di funzionante. In qualcosa di funzionale.

«Tutto a posto, dottore’» mi assicurò Santino, «buona serata».

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Scivolai alle sue spalle, con gli occhi già puntati all’imponente portone in plastacciaio e vetro antiproiettile che mi divideva dall’aria viziata di New Rome.

In questi ultimi giorni raggiungere quella porta è il picco della mia giornata. Non perché voglia uscire, no. Ciò che mi aspetta fuori è una copia meno stancante e più rarefatta di ciò che abbandono nel laboratorio. No, è proprio l’attimo in cui sto per varcare la soglia a darmi sollievo, quel breve istante sospeso fra la mia vita privata e professionale, in cui posso annullarmi e cullarmi in un limbo in cui niente ha importanza.

Eppure non è sempre stato così.

Lavoro alla Memtex da otto anni, reparto Research and Development. Seguo progetti, coordino gruppi di lavoro, spendo milioni ogni mese su tecnologie di mnemoricostruzione che probabilmente non vedranno mai una commercializzazione. Ricordo, con una precisione quasi dolorosa, l’entusiasmo che ho sempre riversato nel mio lavoro, la passione con cui ho svolto le mie mansioni, ogni giorno, con un sorriso sulle labbra.
Nelle ultime settimane questa passione e questo entusiasmo sono solo là, nei ricordi. Ricordi forti, davvero, ma di cui non ho riscontro nelle mie esperienze reali, né un effetto tangibile nelle mie emozioni. Ogni giorno è sempre più difficile aggrapparmi a questi ricordi e convincermi che è questo quello che voglio fare nella vita. Per sempre.

 

 

Stavo per sfiorare con i polpastrelli il pannello d’apertura della porta quando mi sentii stringere la spalla, prima morbidamente, poi con vigore.
Vidi il volto regolare e pulito di Fiorini, il Business Evangelist. Fiorini, il dirigente più giovane nella storia decennale della corporazione. Fiorini, eletto Most Valuable Manager nel 2094, 2097 e 2098. Fiorini, collezionista di iscrizioni ad associazioni benefiche e circoli ricreativi per l’élite annoiata del nuovo secolo. Fiorini, il mio amante da cinque lunghi anni.

Strizzò gli occhi, sfoderando un sorriso che concentrava quindici anni d’esperienza nel settore vendite, prima di avvicinarsi per un abbraccio che non aveva alcuna intenzione di chiudere.
«Dottoressa Teresa!» esclamò, con un tono sorpreso assolutamente inspiegabile, visto che chiaramente mi stava attendendo da un pezzo «Che piacere incontrarla!».

Feci un passo all’indietro, sorridendo debolmente. C’era qualcosa, in lui, che ultimamente mi dava sui nervi. Pensai fosse il periodo, un po’ negativo, a rendermelo insopportabile. Anche perché lui c’era sempre stato. Fu primo a stringermi la mano quando iniziai a lavorare e l’ultimo a lasciare la camera ardente dove riposava mio marito. Ci teneva a me e mi ha sempre trattato con rispetto, considerate le circostanze. E per circostanze intendo il suo matrimonio e la mia condizione di dipendente.

 

«Salve, Vittorio. Scusi se non l’ho salutata, ma ero distratta. È un periodo un po’ così.»

Fiorini mi squadrò per qualche secondo, alzando lievemente un sopracciglio. Il suo sguardo inquisitorio si sciolse in un’espressione divertita, mentre la sua mano si posò sui miei lombi, spingendomi delicatamente verso l’uscita.

«Non si deve scusare, Teresa. Succede. Anzi, mi permetta di offrirle la cena, così ne parliamo meglio, che dice?»

Era il suo modo per dirmi che quella sera avremmo dormito insieme. Capitava di media una volta ogni dieci giorni. Anzi, direi che capitava esattamente ogni dieci giorni, anche se Fiorini fingeva sempre che i nostri incontri intimi fossero fortuiti e privi di alcuna premeditazione.
Un brivido mi percorse la schiena e non ne riconobbi il motivo.

Uscimmo in strada e l’aria pungente della sera mi risvegliò un poco. Fiorini premette un tasto sul suo segretario da polso che rispose allo stimolo tattile con un suono festoso, contento com’era di servire il proprio padrone.

Si voltò verso di me, raggiante, e mi chiese: «Che ne dice se prenoto un tavolo da Burger King? Lo so che non ama farsi offrire cene troppo costose, ma oggi è un giorno importante, anche se magari non se lo ricorda.»

Guardai stranita Fiorini, mentre una lunga berlina dai vetri oscurati scivolò sulla strada fino a noi, completamente silenziosa se non per il ronzio sommesso dei cuscinetti antigrav. Automaticamente, le portiere sul retro si aprirono per farci salire.

Non riuscii a replicare che con un «Che giorno sarebbe?».

«Sono esattamente otto anni che lavora per noi, dottoressa. È un traguardo da festeggiare, no?» chiosò Fiorini, prima di accomodarsi sul sedile e scivolare di un posto per farmi spazio. Allungò una mano, come ad affrettare l’operazione. Non era mai stata una persona paziente, mai.

NewRome

 

Stavo per accettare l’invito quando notai un uomo dalla parte opposta della strada. Aveva quarant’anni, all’incirca, me erano portati pessimamente. Un cittadino di fascia D, lo si vedeva dai vestiti e dall’aria disperata.
Mi stava guardando. Non i miei vestiti, né il mio stile di vita, né quella berlina che costava quanto la vita di tutta la sua famiglia. Proprio me. E avevo proprio l’impressione mi conoscesse, che vedesse in me qualcuno che gli era familiare. No, meglio: qualcuno che gli era caro.

Rimasi in piedi, a guardarlo, completamente atterrita. Non sapevo chi fosse, ma sentivo che avrei dovuto. Fiorini mi tirò un lembo della giacca, ma non me curai. La mia attenzione era su quel miserabile, che ora si era levato il cappello sgualcito e lo stringeva fra le mani, nervosamente.

Come in trance, attraversai la strada senza neanche curarmi di venire investita, e raggiunsi quello straccione. Mi fermai a meno di un metro da lui, il mio sguardo perso nelle lettere aggraziate di un nostro cartellone alle sue spalle: “MEMTEX: ERASE, REMEMBER, RELAX”.

«Sara? Io… in questi ultimi due mesi… è stata dura.» disse l’uomo a una certa Sara. Ma non c’era nessuno, a parte noi due. Lo guardai in volto, e i suoi occhi erano umidi. Dal tremore delle labbra era chiaro stesse combattendo per non scoppiare in un pianto disperato.

«Di cosa sta parlando?» avrei voluto chiedergli. Ma la mia voce era rotta, e un sapore salatissimo di lacrime mi impastava la bocca.
La bocca di Sara.

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2 commenti

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    Relesia Nova Hardwired Commando - 40° livello
    venerdì 06 novembre 2015 @ 11:02 #

    Questo è bellissimo!
    Ho solo una domanda pedantissima: Una voce che cinguetta, può essere contemporaneamente flautata?
    Ah, ok un’altra domanda:
    C’è una gara a chi becca più riferimenti?
    Comunque Complimenti!
    (Che fa pure rima….)

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      Niobio Admin e Metabarone - 50° livello
      sabato 07 novembre 2015 @ 01:20 #

      C’è sempre una gara!

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