L’Ingranaggio – Il meccanico dei morti

L'ingranaggio cover articoli

Se mai qualcuno se lo fosse chiesto, sono ancora vivo.

E lo è anche L’Ingranaggio, sebbene non per merito mio, dato il mio assenteismo.

Chi non avesse idea di ciò di cui parlo, ma fosse comunque talmente in buona fede da volersi interessare a un progetto farcito di morti rianimati a vapore e armature tecnopotenziate, potrà curiosare qui , qui e qui.

Dopo la nomina ad Ambasciatore del Vapore, il soldout al Lucca Comics & Games, la presenza di un mio racconto accanto a quelli di mostri sacri inarrivabili (tra cui Bruce Sterling, una delle essenze della trinità che ha generato lo Steampunk, oltre al Cyberpunk, ovviamente) nell’antologia Penny Steampunk 2, e mille altre avventure nelle quali ho acquisito onori e favori insperati (e secondo me immeritati), il 2016 si chiude con un ultimo, piccolo regalino: finalmente La carne, l’acciaio e il vapore è disponibile in e-book.

Per festeggiare questa meraviglia, in un primo dell’anno in cui i fan della pagina facebook hanno superato le camicie rosse di Garibaldi, con una conincidenza capace di insospettire il mio amico Adam Cadmio, vi offro il racconto che ho scritto per l’antologia Penny Steampunk I (il numero romano è postumo e posticcio, atto a distinguerla a posteriori dalla II), in continuity con tutto il mondo de L’Ingranaggio. Ecco qua:

L'Ingranaggio 2.0

E questo cos’è? Come? La possibile cover di un nuovo romanzo che ancora deve uscire, sempre realizzata da quell’inarrivabile maestro di Stefano Simeone che ancora non ha visto un quattrino (e mai lo vedrà)? Naaaa…

 

Il meccanico dei morti

La luna, quasi piena, rischiarava il marmo del duomo di Santa Maria del Fiore. La palla di bronzo in cima alla lanterna della cupola risplendeva, ma il lato nord della piazza era ammantato di un’ombra che le fiammelle dei globi a gas non scalfivano.

Una figura minuta procedeva nel buio a passi spediti. Svoltò in Via dei Servi, detta Via degl’Ingegneri, e poi subito a destra, diretta alla Cittadella delle Scienze, insediata nel vecchio ospedale di Santa Maria Nuova.

La città era deserta a quell’ora della notte.

L’uomo, un cinese asciutto e nervoso, oltrepassò il portone d’accesso, ignorando gli affreschi che adornavano le volte del portico e i due miliziani di guardia che gli rivolgevano il saluto.

Imboccò il corridoio sulla sinistra, raggiunse le scale e iniziò a scendere nei sotterranei della Cittadella. Si lasciò alle spalle le fucine degli Artefici e il laboratori di concia dei Costruttori, incurante del tanfo, in cui si mescolavano le polveri dei metalli e il persistente puzzo di carne conciata, che ricordava quello delle ciabatte di pelle portate per un’estate intera.

L’ultima rampa di scale, consumata e sformata dall’usura e dal tempo, terminava di fronte a un portone in legno massiccio e ferro battuto, roso dalla ruggine, dai tarli e dall’umidità. Qui sì, che l’uomo storse il naso, disgustato, e si coprì la faccia con un fazzoletto.

L’odore di tessuti in putrefazione filtrava attraverso il portone, soverchiando quello della concia e dei metalli. Era insopportabile anche per chi era avvezzo a stare in mezzo ai costrutti.

Il capitano Fènnù si annodò il fazzoletto dietro la nuca e spinse i pesanti battenti.

Gli ambienti oltre quella soglia erano in parte scavati nella nuda terra, in parte ruderi antichissimi, probabilmente vestigia della città romana. L’aria, malsana ai limiti della sopravvivenza, pestilenziale e fumosa, faceva lacrimare gli occhi e annebbiava la vista.

Fènnù raggiunse una stanza più ampia, retta da volte a vela e da diverse colonne, in vecchi mattoni. Il chiarore fioco e rosso delle torce faceva danzare le ombre e spandeva ovunque un fumo nero e oleoso, illuminando con imperizia l’ambiente.

Un enorme blocco caldaia ardeva addossato a una parete, ricoperto da un intrico di tubi in rame e ottone, leve, rubinetti e manopole. Gettava a intervalli irregolari lunghi e striduli fischi, sfiatando il  vapore in eccesso attarverso le valvole di sicurezza.

Su un grosso banco di ferro massiccio erano ammassati torni, morse, attrezzi idraulici e meccanici e svariati macchinari, la cui funzione solo gli Artefici più esperti avrebbero potuto intuire.

Al centro del sotterraneo, accanto a un altro grosso tavolaccio di legnogrezzo, stavano tre celle sarcotrofe, destinate al processo di concia dei cadaveri, collegate al modulo caldaia e a delle grosse bombole in pressione contenenti agenti biologici, probabilmente matrice staminale, soluzione nutritiva e super-mioglobina.

Su un tavolo di acciaio chirurgico sottratto al vecchio obitorio, era disteso un cadavere parzialmente conciato, con i primi ponti per i pistoni idraulici innestati nelle ossa.

Ovunque erano ammassati cadaveri, interi o a pezzi, di umani, equini, canidi e forse altre specie, in stato di decomposizione variabile.

Fènnù fece correre lo sguardo per la stanza con noncuranza, in cerca di qualcosa.

In un angolo quasi del tutto buio sedeva quello che, con generosità, poteva ancora essere definito un uomo.

Dei complessi sistemi di lenti alternabili erano direttamente avvitati alle sue arcate sopracciliari. La sua pelle era ricoperta di chiazze necrotiche in vari punti. Attorno a tutto il suo corpo era impiantato un esoscheletro servoassistente, con i ponti direttamente innestati nelle ossa, e non sembrava provare alcun dolore. Il sistema era alimentato da una piccola caldaia a pellet ultraperformante alloggiata sulla schiena, come quella di un costrutto, solo leggermente più avanzata.

Il braccio destro terminava a metà dell’omero in un moncherino putrido e sfilacciato, ma era sostituito nella funzionalità da un elaborato arto termoidraulico, assemblato all’esoscheletro e controllato da una centralina galvanica collocata sulla spalla, da cui un intreccio di cavi di rame si innestava in un bulbo neuroconnettivo, all’interno di una calotta di vetro temprato impiantata nel cranio.

L’uomo era chino su un impianto per la dialisi dei costrutti, con le due estremità inserite nella coscia destra.

«Allora sono vere le voci che assumi mioglobina», lo apostrofò il capitano. «Li ho visti, i miei ragazzi, iniettarsi la super-mio come extrema ratio. Qualche minuto di furia cieca e poi una manciata d’ore di agonia prima di crepare. Mi spieghi come cazzo sopravvivi?»

«Non si bussa più alle porte delle case?», rispose l’uomo, senza alzare la testa. La sua voce era bassa, roca e profonda, come il sotterraneo eletto a sua dimora.

«Era aperto».

«Sopravvivo, perché le gambe non sono mie. O comunque non più. E la super-mio non mi entra in circolo».

«Sei un mezzo costrutto?», si meravigliò il cinese.

«La puoi mettere anche così».

«Ancora non ti sei coltivato un nuovo braccio? Da quant’è che l’hai lasciato nella pressa, tre mesi?»

«Davvero credi anche tu alle bischerate che racconto agli altri? Non sono una persona sbadata. Sto bene così…»

«L’hai fatto apposta, eh… Davvero, io non ti capisco», proseguì il capitano, scuotendo la testa. «Sei il migliore in tutto quel che fai, meglio di tutti loro. Della Gori e di Della Gherardesca come Costruttore, di Nosi come Artefice. Avresti potuto essere presidente della Cittadella. E invece te ne stai quaggiù giorno e notte, in mezzo ai cadaveri putrefatti, mezzo cadavere e mezzo putrefatto tu stesso. Perché?»

«Perché sto bene così. Se avessi voluto il potere, la fama, o le comodità, me li sarei presi. A me interessano solo la carne, l’acciaio e il vapore. Non è qualcosa che tu possa capire. Sei un soldato, tu, non uno scienziato. E non lo sono neanche loro, lassù nei loro uffici. Non più, almeno.

«Comunque, cosa vuoi?», disse poi l’orrendo scienziato, guardando un orologio che ticchettava appeso alla parete. «Non penso tu sia venuto qui all’inferno nel cuore della notte per abbeverarti alla fonte della mia saggezza…

«Sono le quattro di notte, vero? Ormai ho perso il conto».

«Sì, è notte», rispose il colonnello con un mezzo sorriso. «Sono venuto per sapere se hai deciso. L’equipe di Nosi è a un passo dal completare il primo prototipo di armatura. La divisione di fanteria tecnopotenziata sarà presto una realtà. Ma perché sia completa ho bisogno che tu sviluppi i costrutti da guerra. Cosa farai?»

«Dai, Nicola, non pigliamoci per il culo. Io staccavo la testa alle lucertole e la sostituivo con un biochip quando tua mamma mangiava ancora liso flitto in Cina. E tu nemmeno hai idea di cosa sia un biochip. È ovvio che ti darò i tuoi mostri. Leggeri e pesanti. Cavalli e tori servoassistiti, con innestati uno, due, tre tronchi umani, programmati per il combattimento in corpo a corpo e a distanza, armati con mazze e balestre a ripetizione. Ti darò delle macchine di morte e distruzione perfette, corpi umani e animali fusi con terrificante e sublime perizia. Ah, Nicola! Saranno talmente orrendi che il più delle volte non dovranno neppure combattere. I tuoi nemici fuggiranno per il terrore e la disperazione».

«Grazie, dottor Marco. Firenze non saprà mai quanto ti è debitrice».

«Levati dalle palle, muso giallo arrivista. Me ne fotto delle leccate di culo. Solo la carne, l’acciaio e il vapore, te l’ho detto.

«Ripassa tra una settimana. Avrò qualcosa da mostrarti», concluse lo scienziato, strappandosi dalla coscia i tubicini dell’impianto di dialisi e alzandosi, diretto al tavolo da autopsia.

«A presto, dottore. Cerca di non cadere a pezzi», disse Fènnù, avviandosi verso il portone, con un ampio sorriso nascosto sotto il fazzoletto. Aver stretto quell’alleanza lo avvicinava di un altro passo al sogno di una divisione di fanteria tecnopotenziata.

«Tanto vi sotterro tutti», rispose il dottor Marco, già chino sul cadavere non più tanto fresco. Anche lui, però, sorrideva.

 

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2 commenti

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  1. Immagine Avatar

    Relesia Nova Hardwired Commando - 39° livello
    lunedì 02 gennaio 2017 @ 08:54 #

    Bello, bello, bello.
    An-co-ra!
    An-co-ra!
    Ma…. “Anche lui, però, sorrideva.” chi? Il dottor Marco o il Cadavere?

    Quindi mi stai dicendo che mi devo comprare i due Penny Steampunk…..

    • Immagine Avatar

      Victor Draco Admin e Divinità Minore - 50° livello
      domenica 08 gennaio 2017 @ 22:38 #

      Il dottor Marco. Il cadavere ha ormai poco da sorridere. Se lo fa è per qualche spasmo galvanico.
      Riguardo ai penny, io non te lo sto affatto dicendo (e anzi ti preciso per correttezza che, nel secondo volume, il mio racconto non ha a che fare con L’Ingranaggio), ma se lo farai, be’, è per una buona causa!
      Porta un po’ di pazienza e arriverà un bel rabbocco (o almeno spero…).

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