Il giorno del grande rospo

Rospo

Terzo, immancabile appuntamento con la saga del Professor Tempest. Stavolta lui e la signorina McCulloch dovranno affrontare un orrore oltre le loro stesse immaginazioni… la Verità!

Precedente – La caduta di Agarthi!

 

Le straordinarie avventure del Professor Tempest - Tre

di Stefano Mazzoni

 

Natale era alla porte: i figli del Federal Bureau attraversavano le stanze di Quantico, intonando canti cristiani e ricevendo in cambio i solitari e moderatamente imbarazzati applausi dei loro genitori. Gli addobbi appesantivano le spartane stanze del Bureau; in particolare quelle semidimenticate dell’U.C., l’Ufficio Competente, e del suo scorbutico direttore, il Professor Tempest.

Parentesi descrittiva. Abbigliamento natalizio della signorina McCulloch: completino rosso senza spalline e minigonna inguinale, bustino mignon che appena increspa  sul ventre, e un cappellino da Babbo Natale.

Abbigliamento invernale del Professor Tempest: canottiera, camicia, cravatta, gilet, giacca, soprabito, mutandoni numero due paia, pantaloni di stoffa spessa, calzettoni doppi e stivali di gomma da pescatore.

«Sai, una volta ho salvato il Natale» confidò il Professor Tempest a un bambino che era capitato per caso nel suo ufficio mentre cercava una macchinetta per le merendine.

«Non credo tu l’abbia fatto», disse il piccolo. «No davvero.»

Il Professore balbettò, alzò un dito ma non se la sentì di mentire proprio a Natale. «Già, non è vero», ammise. «Ma ho cercato di rubarlo.»

Il bambino corrugò le sopracciglia. «No che non lo hai fatto.»

«E tu chi sei, il mio biografo?»

Tempest uscì dal suo ufficio giusto in tempo per vedere l’agente Mark che flirtava con la signorina McCulloch.

Abbigliamento dell’agente Mark: pantaloni perfettamente stirati, camicia perfettamente stirata e giacca perfettamente stirata, calzini numero un paio perfettamente appaiati e scarpe eleganti. Persino la cravatta era inamidata.

La McCulloch, la testa pesante sul collo, stava ridendo di cuore alle battute dell’agente; vide Tempest, si voltò e gli fece un segno di saluto, sospettosamente allegra.

«Ci sono messaggi per me?» disse il Professore, cercando di sembrare disinvolto.

La McCulloch annuì e si allungò a prendere il suo blocchetto. «Fox e Dana hanno chiamato. Augurano Buon Natale a tutti, e chiedono se possiamo aiutarli con il loro nuovo caso. Fox sostiene che Babbo Natale sia lo stesso alieno che ha rapito sua sorella. Dana, per non saper né leggere né scrivere, cerca di razionalizzare.»

«Passo» disse il Professore. «Altro?»

«Sì, un attimo…» La ragazza armeggiò con il taccuino, cercando di decifrare la propria calligrafia. «Hanno… rubato il De Obscuritate dal…»

«Museo di occultismo di Stoccarda?» Il volto del Professore si fece curiosamente acceso mentre fissava la sua assistente. Il seno di lei era appena coperto dalle ultime ciocche di capelli rossi; ma per una volta Tempest non lo fissò.

«Esatto. Le dice qualcosa?»

«Mi dice tutto» rispose lui. «Mark, nel mio ufficio. Signorina McCulloch, si prepari per un viaggio in Svezia.»

«Stoccarda è in Germania» lo corresse Mark.

«Oh! Non è proprio il modo di ingraziarsi il capo, agente Mark… non crede?»

Gli fece strada nel suo ufficio, lo seguì dentro e sbatté la porta. Circumnavigò la scrivania ingombra e andò a sistemarsi sulla sua mastodontica poltrona di pelle; e si mise a cercare qualcosa tra le carte.

«Ehm… signore?» lo chiamò educatamente Mark, dopo un attimo di silenzio.

«Un attimo, agente. Non vede che ho da fare?»

«Ma, signore… Non serve tenermi sulle spine, mi ha chiamato lei qui.»

Il Professore lasciò cadere due fogli scritti fittamente e in maniera indecifrabile, che comunque non aveva intenzione di leggere. Squadrò con aria contrariata l’agente Mark, poi incrociò le braccia e parve rilassarsi sulla sua poltrona.

«Io so perché lei è qui, Irvine. Posso chiamarla Irvine. Non importa, tanto lo farò. Sa anche lei perché è qui, vero Irvine? Quindi perché non farla finita con questi giochetti?»

L’agente Mark sorrise, lasciando per un momento la posizione sull’attenti e rilassando la postura. «E perché mai sarei qui, signore?»

«Per tenermi d’occhio. Perché mi sono rifiutato di rivelare l’ubicazione di Agarthi al Pentagono e al Presidente. Perché volevate quelle armi tutte per voi.»

«È libero di pensare quello che ritiene giusto, signore. Viviamo in un Paese libero.»

«Finora. E non grazie a LORO.» Tempest scrollò la testa, per la prima volta in segno di stanchezza. «Non mi piacciono gli intrighi, Mark. Io faccio quello che devo fare; chi lo farebbe, al mio posto?»

L’agente Mark si rimise sull’attenti, ignorando la domanda. «Eseguo solo gli ordini, signore.»

Gli occhi di Tempest si sollevarono ancora una volta, e tornarono della consueta durezza. «E adesso seguirai i miei ordini.» Si alzò in piedi, scoprendo il braccio meccanico con fare aggressivo. «Tu resterai qui. Per le prossime missioni, e finché avrò voce in capitolo, non riuscirai a intralciarmi. Non avrai accesso a niente di più riservato delle istruzioni per lo spremiagrumi. I miei sensitivi ti terranno d’occhio: se pensi di sgarrare, sei finito. Sai cosa sono i Nati-dalla-Lava del Vesuvio? No? Prova a fare il furbo con me, e ti mando da loro come ambasciatore della razza umana. È tutto chiaro?»

«Cristallino… signore» rispose Mark deglutendo.

«È tutto, agente Mark.»

 

«Irvine non viene?» chiese la signorina McCulloch, visibilmente preoccupata, al Professore, mentre entrambi aspettavano la loro chiamata per l’imbarco.

«Mmh? No» rispose Tempest, evasivo. «Si sta occupando di un… avvistamento di leprecauni in Irlanda.»

La ragazza lo squadrò da capo a piedi, scettica.

«Leprecauni malvagi» aggiunse il Professore, artigliando l’aria con le mani.

I due, dopo alcune ore di viaggio, atterrarono senza problemi al Flughafen Stuttgart-Echterdingen, l’aeroporto di Stoccarda a 13 chilometri dalla città, e lì vennero accolti da un rappresentato del Museo che li condusse all’albergo dove avrebbero pernottato.

«Lei è tedesco, Herr Professor?» volle informarsi il Dottor Eigen mentre li scarrozzava per la città.

«Mia madre. Mio padre era inglese, immigrato. Sa come si dice, Herr Doktor: il meglio di entrambi i mondi.»

Eigen sorrise, molto cortese, e annuì, anche se pensava che Tempest fosse un idiota. Non sospettava la ragione per cui era stato convocato dall’America: credeva fosse un semplice bibliofilo con la sua assistente, e che la polizia lo avesse chiamato in veste di consulente. Quindi espose loro il caso meglio che poteva.

«L’altro ieri, dal Museo di occultismo, è stata rubata una rarissima copia del De Obscuritate. Certo sapete – lo ripeto per i distratti - che il libro non è mai stato decifrato, né esiste una testimonianza che lasci intendere che possa esserlo in futuro. C’è chi lo ritiene il più grande mistero dopo il manoscritto Voynich.

«La polizia non ha trovato indizi nel Museo, ma sta monitorando i grandi collezionisti nel caso avessero fatto degli acquisti interessanti negli ultimi giorni.»

Tempest e la McCulloch ringraziarono il Dottor Eigen, poi lo salutarono perché era tardi e il volo li aveva stancati. Fecero il check-in alla reception e si ritirarono nelle loro camere. La McCulloch si liberò del vestito e del bustino che la soffocava e si concesse una doccia con le miniporzioni di bagnoschiuma e shampoo dell’hotel. Si stava ancora asciugando i capelli quando sentì il suono fastidioso e poliglotta di un telefono che squillava.

Era una chiamata interna dell’albergo, da parte del Professore.

«Sono contento di sentirla. Qui parlano tutti con accento tedesco, non si capisce niente», cominciò lui.

«Mi ha chiamata per qualche motivo particolare, o solo per infastidirmi col suo senso dell’umorismo?»

«Volevo dirle che ho fatto dei passi avanti nella nostra ricerca. Mi raggiunga prima che può: a che piano è?»

«Abbiamo le stanze comunicanti.»

«Già. Perché ha chiuso la porta a chiave?»

La McCulloch sospirò. «Arrivo subito.»

Germania

Voi siete qui. Da qualche parte.

Il Professor Tempest aveva dei contatti, in Germania, dai tempi delle invasioni ectoplasmiche dei reduci di guerra, e mentre la signorina McCulloch si stava rilassando sotto un placido getto di acqua calda, lui aveva telefonato a ognuno di loro.

«Il De Obscuritate non è più a Stoccarda: a quest’ora sarà già a Dusseldorf.»

«Perché a Dusseldorf?»

«Perché è lì che ha sede l’associazione di satanisti che ne ha ordinato il furto.»

«E perché lo avrebbero fatto?»

Il Professore si strinse nelle spalle. «… Io non lo so. Lo sapremo quando saremo là.»

Tempo di noleggiare un’auto e la squadra dell’Ufficio Competente era già per strada.

«Mi tolga una curiosità» chiese la McCulloch, tanto per ammazzare il tempo. «Perché il De Obscuritate è così importante?»

Tempest distolse l’attenzione dalla strada per rivolgersi alla sua compagna. «Caleb Howlett, il suo autore, era un noto cacciatore di mostri. Prima di morire insegnò le sue tecniche a Frances Traveler, l’eroina che si sacrificò per fermare una delle tante apocalissi di vampiri dei tardi anni ’90. Il De Obscuritate sono i suoi appunti, di Howlett dico…» – sterzò per evitare una vecchietta, e ancora per evitare un camion – «Al suo interno, si racconta, se si riuscisse a decifrarne il contenuto, si potrebbe trovare il segreto dell’universo.»

«Ah. Ed è una storia vera?»

«Non lo so. In gioventù ho studiato a lungo l’unica altra copia del De Obscuritate esistente, quella custodita alla Miskatonic University del New England… ma non sono riuscito a capirci nulla. Alla fine ho rinunciato.»

La signorina si aggrappò con più forza alle portiere dell’auto e decise di non disturbare più il Professore.

 

Alla periferia di Dusseldorf c’è un vecchio capannone che un tempo apparteneva a una ditta metallurgica. La ditta è fallita, e ha liquidato i suoi stabili per poco. Ora il capannone è la sede legale degli incontri dei Satanisti di Dusseldorf, società dedita alla conquista del mondo – o alla sua distruzione. Una cosa vale l’altra, quando siete tedeschi.

Il priore dell’Ordine[1] si fece portare il libro dagli affiliati; lo aprì, inebriandosi del potere che scaturiva da ogni sua pagina; se lo rigirò tra le mani, assaporandone il peso, la forma, la consistenza della costa… Estrasse un antico pugnale egizio dedicato a Seth, affilato ancora dopo tutti quei secoli (prezzo di mercato: quattromila euro, in nero), e lo infisse in profondità nelle sue pagine. Le parole si confusero, mischiandosi come sangue e vorticando come fossero in un gorgo. Il libro bruciò, consumando il priore, e liberando una cosa informe e sbavante che si rigirò su se stessa e, contorcendosi, assunse la forma di un rospo delle dimensioni di una jeep.

Piaga delle rane

No.

«Io sono Gravaon del Terzo Mese, e finalmente sono libero!» gracidò la bestia, rivolta alle stelle.

I satanisti si disposero in cerchio ad adorarlo. La bestia li mangiò uno a uno, senza che essi accennassero a ribellarsi.

«…troppo tardi», ammise la McCulloch all’entrata del capannone, e il demone si voltò a guardare lei e il Professore, gli ultimi arrivati.

«Io, Gravaon del Terzo Mese, sono stato liberato in questo mondo per portare la Disperazione. I fedeli che mi hanno dato la libertà, io li ho benedetti con una morte veloce. Ma ora il cosmo ricorderà Gravaon e perché un tempo mi aveva bandito.»

«Mi spiace, non compriamo niente» disse Tempest, mitragliandogli il cranio con una raffica di gomma dalla protesi. Il demone si irrigidì nella sua posizione, trasformando il proprio corpo in pietra. «Stronzo» lo apostrofò Tempest, abbassando il braccio. «E adesso che facciamo?»

Il demone rospo tornò carne, poi spalancò le fauci e scatenò la furia dei venti. Il Professore, che era stato scagliato in aria, lanciò il rampino dal braccio meccanico, e con l’altro afferrò la McCulloch. La corda, d’acciaio, resse bene.

Il rospo iniziò a cambiare dimensioni, ingigantendosi. Presto divenne tanto grande che il capannone non poté più contenerlo; sfasciò il soffitto, e si trovò a dominare dall’alto tutta la periferia della città.

Re dei rospi

Nemmeno.

La polizia, seguendo le indicazioni del Professor Tempest, aveva circondato l’edificio; ora, alla vista del demone, aprì automaticamente il fuoco contro di lei. Ma la bestia si pietrificò ancora, e tanto sarebbe valso cercare di sparare a una montagna. Quindi, non appena ebbero finito, spalancò la bocca e li spazzò via tutti.

Il Professor Tempest era riuscito a guadagnare terra e a poggiare accanto a sé una tremante signorina McCulloch. Le ordinò di non muoversi, poi squadrò il demone (gli stava dando la schiena) ragionando sul da farsi. Alla fine lanciò il rampino, che si infisse in una scaglia pietrosa dietro la zampa della bestia, e si issò a fatica sulle sue squame. Con pazienza e metodo, mentre il demone fronteggiava la polizia, il Professore riuscì a posizionarsi sulla sua testa; quindi, non appena la creatura tornò morbida per spazzare il nemico, Tempest provò con le sue pallottole a perforarne la carne putrida.

Il demone sentì un dolore acuto in mezzo agli occhi. Spostò la sua coscienza dalla vista alla pelle, identificando il fastidioso Professore che gli martellava il cranio; e infine, con la sua lunga lingua da rospo, lo afferrò, lo fece roteare per aria e lo ingoiò. La signorina McCulloch, che aveva seguito tutta la scena, si sentì mancare; e per un po’ sembrò davvero che il Professor Tempest fosse spacciato.

Dopo alcuni istanti, tuttavia, mentre il demone si preparava a saltare sulla città, dal suo enorme ventre si sentirono delle sorde esplosioni; il demone strabuzzò gli occhi, tossendo fuliggine, e stramazzò a terra. Infine il corpo della bestia iniziò a rimpicciolirsi fino a tornare alle dimensioni normali. Dalle sue viscere, grondante sangue demoniaco, ricomparve il Professor Tempest. Stava bene, sebbene sembrasse un po’ insicuro sulle gambe.

La McCulloch lo soccorse, sostenendolo, mentre si allontanavano dal corpo. «Esplosivo al plastico» le confidò, indicandole alcuni scomparti aperti del braccio.

«Un buon piano» convenne la McCulloch; al che il Professore, ammiccando, rispose: «Quale piano?»

I due avevano già tirato un sospiro di sollievo che il corpo del demone si mosse. Si voltarono; Tempest, sempre sostenuto dalla sua assistente, alzò a fatica il braccio e puntò il mitra contro la creatura.

«Pace, ammazzamostri» disse il demone. «Ormai mi hai sconfitto. Voglio solo parlare.»

«Non ascoltarlo» disse il Professore alla sua compagna. «Cercherà di distruggerci.»

«Oh, io non cercherò di distruggervi; io vi distruggerò. Tu, Helmut K. Tempest, ti dico che quello che stai cercando da tanti anni lo potrai trovare solo a Shamballah.»

«Impossibile» disse il Professore, ma deglutì. «È dai tempi della Blavatsky che nessuno ha più contatti con Shamballah… e anche lei, solo in proiezione astrale.»

Il rospo non lo ascoltò. «E tu, Ilary McCulloch, sappi che nelle tue vene non scorre solo il sangue rosso di Scozia. Tu sei una delle Anur-Geveroth, le figlie maledette di Gog e Magog.»

«Che significa questo?» chiese la ragazza, ma accanto a lei il Professore si irrigidì.

«Lo saprai. Lo saprai presto» disse il demone, e rese lo spirito, e con questo Cervantes vuol dire che morì.

La McCulloch rimase a lungo a fissarlo, chiedendosi chi fossero questi Gog e Magog (più tardi, in albergo, dopo aver chiamato Irvine per raccontargli come era andata la missione, avrebbe chiamato anche la madre, pretendendo spiegazioni in proposito).

 

Sotto un cumulo di macerie il Professore scorse delle pagine; sollevò i mattoni e recuperò il De Obscuritate. Quasi distrattamente gli gettò un’occhiata, ma subito sbiancò e si fece di pietra. La McCulloch, che ora lo stava seguendo con lo sguardo, si accorse del cambiamento, e lo raggiunse di corsa; quindi gli chiese cosa ci fosse che non andava.

«Il rituale. L’aver liberato il Gravaon deve aver spezzato l’incantesimo di codifica di Howlett… Ora il libro è del tutto leggibile.»

«Oh!» disse la McCulloch, moderatamente sorpresa. «E hai visto cosa dice?»

Il Professore sollevò gli occhi sulla sua compagna e la donna si piegò su di lui per leggere, incurante del suo sguardo terrificato.

Diceva:

Le astronavi si erano addensate come nuvole temporalesche sopra Washington D.C. e la Casa Bianca, nei cieli di Bruxelles, di Mosca e di Pechino. Per quaranta giorni i tentativi di comunicazione tra i rappresentanti dell’umanità…

 

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Nel prossimo numero… LE STRAORDINARIE AVVENTURE DELL’AGENTE MARK?!

 

 

[1] Abbigliamento natalizio del priore: calzamaglia rossa, maglione pile di quando sciava sulle Alpi, tunica rossa con glifi argentei sulle maniche, e copricapo bicornuto sopra una cuffia di cotone.


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4 commenti

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    White Mage Ierofante - 26° livello
    sabato 27 settembre 2014 @ 16:22 #

    Vorrei porre in rilievo qualche scena buffa del racconto che mi è piaciuta, ma ce ne sono troppe. E’ spassosissimo. :D

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      Jack Hurt Ierofante - 27° livello
      sabato 27 settembre 2014 @ 17:45 #

      Grazie, caro :D

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    Angmar Carrista - 16° livello
    sabato 27 settembre 2014 @ 17:24 #

    capolavoro. capolavoro assoluto.

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      Jack Hurt Ierofante - 27° livello
      sabato 27 settembre 2014 @ 17:47 #

      Buongustaio! Non perderti le altre storie del Professor Tempest, allora :D

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