Caro Emilio Ti Scrivo – 3 ragioni per amare Salgari

SCENA THIG

Introduzione:

Il Caso Salgari – (1911-2017)

La mattina del 25 aprile 1911, Emilio Salgari uscì di casa per l’ultima volta, i figli lo videro salire su un tram più strano del solito e sparire per sempre. Coperto dai debiti verso le case editrici che aveva arricchito, umiliato dagli intellettuali che lo avrebbero rivalutato negli anni, perduto il sostegno della giovane moglie ricoverata in manicomio, si tolse la vita.

Con gli occhi rivolti dove il sole si leva fece harakiri, come uno dei suoi personaggi ma senza la nobiltà di Emilio di Roccabruna, signore di Ventimiglia, né la fierezza della Tigre di Mompracem.

Lo trovarono con la gola squarciata nella Valle di San Martino, dove gli alberi e i cespugli si aprono su un crepaccio roccioso. Nella mano destra stringeva un rasoio affilato, nella tasche aveva 56 lire d’argento e, accartocciate in fondo, la ricevuta di un pacco di manoscritti appena inviati e tre lettere scritte con la sua calligrafia minuta.

Una ai figli, l’altra ai direttori dei quotidiani torinesi, l’ultima agli editori:

A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in un continua semi miseria vi chiedo che pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna.

Aldo Di Gennaro rievoca in modo personale la tragica fine di Emilio Salgari.

Basterebbe questa premessa a giustificare un articolo su Emilio Salgari, nato a Verona il 21 agosto del 1862.

Un uomo alto un metro e mezzo, tormentato da una fantasia sterminata, tale da rendergli impreciso il confine tra realtà e finzione, perseguitato da un cupo destino di suicidio e malattia ma segretamente pervaso da fremiti eroici ed esotiche utopie. Eppure non è che l’inizio.

Infatti a più di 100 anni dalla sua scomparsa, di questo scrittore straordinariamente prolifico, più di 80 opere tra romanzi e racconti, di questo viaggiatore recluso, le cui gesta letterarie hanno ripercorso in lungo e largo l’atlante dell’Avventura, dalla Malesia alle Antille, dalla Russia al Far West, arredando i sogni estivi di molti ragazzi, lontani dall’aria viziata dei giorni di scuola, sappiamo sempre troppo poco.

A partire dal suo nome, la cui corretta pronuncia è Emilio Salgàri e non Sàlgari, accentato sulla penultima, cognome fitonomo che deriva da una pianta, il “salgar”, con cui in veneto si indicano i salici.

Aldo Di Gennaro ci mostra il futuro scrittore mentre si aggira per il porto di Venezia.

Un autore ancora misterioso, che tutti hanno letto ma in pochi conoscono. Per esempio, non molti sanno che fu il solo a intervistare il leggendario William F. Cody, aka Buffalo Bill, in occasione dell’unica tappa italiana del suo Wild Wild West Show” a Verona; che fu il precursore della fantascienza in Italia ( “Le Meraviglie del 2000″ 1907) ; che fu d’ispirazione per celebri rivoluzionari; ma soprattutto che fu l’unico, a dispetto dei suoi illustri e blasonati colleghi, quando l’Europa era all’apice della sua potenza, a resistere all’allettante fascino della letteratura d’ardimento colonialista, l’ unico a sfuggire all’imbrigliamento pedagogico fascista, l’unico a non schierarsi mai dalla parte dei vincitori ma sempre a fianco di eroi picareschi votati alla sconfitta.

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Una vivace locandina del “Wild West Show”, uno spettacolo circense itinerante in cui venivano ricreate rappresentazioni western, fra cui la battaglia di Little Bighorn, dove perse la vita il Generale Custer, della compagnie circense facevano parte anche cavalieri cosacchi ed arabi che arricchivano l’esotismo dello spettacolo.

Per questo motivo credo sia necessario ricordarlo, proprio nella settimana dell’anniversario della sua scomparsa, per dare la possibilità a una generazione di vecchi e nuovi lettori, di riscoprire, ancora oggi, la vivacità di una narrazione variegata e irresistibilmente attraente.

Per farlo, analizzerò 3 caratteristiche della sua poetica, che sottolineano l’influenza mediatica che la sua eredità letteraria ha esercitato e continua ad esercitare sul mondo della fiction letteraria, fumettistica e cinematografica.

1)  Lo stile: la serialità e l’arte del remake

In un’epoca in cui l’autoreferenzialità del cinema d’intrattenimento americano sembra aver raggiunto il suo zenith, facendo del remake e delle serialità televisiva il suo unico tratto distintivo, attingendo a mani sempre più basse, prima da celebri saghe letterarie (Il Signore Degli Anelli, Harry Potter); poi da quelle fumettistiche (Marvel, DC); fino alle recenti derive video/ludiche, legate ai redditizi franchise del settore (Resident Evil, Transformers, GI. Joe, TMNT, Power Rangers); sembra quanto mai attuale parlare di Emilio Salgari, nobile precursore di questo fenomeno, riconoscendogli il ruolo di scrittore postmoderno e crossmediale.

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Insieme a Salgari – Settimanale di Grandi Avventure (30 numeri, 1946-1947) delle Ed. La Nuova Biblioteca (Milano), per la precisione dal maggio al settembre 1946, uscirono 16 supplementi, intitolati “ALBI SALGARI”. Essi, pubblicati in gruppi di 4 alla volta (non numerati, e senza data; 8 pagine, la prima che fungeva da copertina a colori, le altre in bianco e nero, formato orizzontale 25 X 17,5), con cadenza mensile, presentarono varie storie autoconclusive e a puntate

D’altronde, in tempi non sospetti, dalle sue opere sono state tratte sia serie televisive di grande successo (da Sandokan, il fortunato sceneggiato diretto Sergio Sollima nel 1976, fino al suo sfortunato sequel Il Ritorno di Sandokan di Enzo G. Castellari del 1996); lungometraggi (da Il Corsaro Nero di Vitale Di Stefano del 1921 fino a La Tigre è ancora viva, Sandokan alla Riscossa! del 1977, sempre ad opera di Sollima);

 

Edizioni a fumetti (dai primi cicli salgariani apparsi nel 1937 per mano di Celsi e Albertarelli, passando per un inedito Sandokan realizzato da Hugo Pratt e Mino Milani per «Il Corriere dei Piccoli» nel 1971, fino ai recenti tributi , contenuti nel volume Sandokan a Fumetti del 2009 ); infine, persino cartoni animati ( da All’ arrembaggio Sandokan!, una simpatica serie animata spagnola con animali antropomorfi realizzata nel 1994, a Sandokan – La Tigre della Malesia, prodotta da RAI Fiction nel 1998).

«Sandokan», ossia la “traduzione” prattiana del classico di Salgari «Le tigri di Mompracem». Il libro di Salgari esce esaltato dalla visione di Pratt: la storia si distingue per la scansione narrativa di Milo Milani e per il tratto di Pratt ai massimi livelli, appena dimostrati con «Una ballata del mare salato» del 1967. Concepita nel 1971 per il «Corriere dei Piccoli», l’opera è legata a un piccolo mistero: scomparve infatti prima di essere pubblicata.

I motivi di questo inaspettato successo su ogni tipo di media sono molteplici, alcuni dei quali trascendono anche la volontà dello stesso autore.

Il più evidente è relativo alle caratteristiche intrinseche delle sue opere: una mole infinita di storie e suggestioni da cui poter attingere, a seconda delle proprie esigenze.

Una vera e propria giungla in cui cronologicamente è difficile districarsi ma che, a distanza di tempo, è possibile suddividere in cicli narrativi coerenti e ben articolati, distinguendoli addirittura per ambientazioni storiche e geografiche.

Infatti si parte dal famoso Ciclo dei pirati della Malesia o ciclo indo/maltese, composto da 12 romanzi con protagonisti Sandokan, Yanez e i loro fidi “tigrotti”, che copre un notevole arco di tempo dal 1883 (Le Tigri Di Mompracem) fino al 1913 (La Rivincita di Yanez) per passare poi ai Ciclo dei Corsari delle Antille ( 5 volumi), con protagonisti il Corsaro Nero e tutta la sua dinastia, per poi passare a più sobrie trilogie come il Ciclo dei Corsari delle Bermude e quello delle Avventure nel Far West, fino a cicli minori ma degni comunque di grande interesse come quello Africano.

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Le suggestive copertine dell’epoca, dedicate ai due cicli di corsari salgariani più amati dal pubblico.

Emilio Salgari infatti è quello che gli americani oggi definirebbero un “compulsive writer”, uno scrittore coatto, una categoria a cui appartengono una serie di fortunati autori “fiume”, molti di genere, (Ian Fleming per le spy story, Philip K. Dick per la fantascienza, James Ellroy per il noir ) che con gli utili dei copyright, guadagnati dalla trasposizione delle proprie opere, hanno assunto il ruolo di rockstar della letteratura, pensiamo al sempreverde Stephen King.

 

Si tratta di scrittori che hanno saputo sfruttare il territorio della fiction, un territorio inesauribile della psiche, per flirtare con il pubblico che riempie le grandi sale.

È possibile affermare che Salgari, involontariamente, sia stato l’antenato illustre di questi scrittori, sicuramente in Italia. Egli è stato il primo autore che tra la fine dell’Ottocento e del Novecento, in un panorama letterario aulico, dominato da Carducci, da Pascoli e, nella prosa da D’Annunzio, si è gettato a capofitto nei meandri della fiction, intuendone le potenzialità ancora inespresse.

In un’epoca senza televisione e ancora senza cinema, egli aveva compreso i tre elementi fondamentali di ogni narrazione: la velocità del ritmo, il senso dell’immagine e l’importanza del pubblico a cui ci si rivolge.

La velocità del ritmo era un’ eredità della tradizione letteraria che aveva alle spalle, quella del Romanticismo nero e del feuilleton francese. Una forma di letteratura popolare, ignorata da quella ufficiale, che stava raccogliendo grandi consensi in tutta l’Europa. Si trattava di romanzi d’appendice, precursori dei racconti “pulp” dalle tinte forti, pubblicati a episodi sulle riviste e rivolti a un pubblico di massa. La fortuna del genere era quella di una lettura resa più agile, accattivante e spasmodica dall’attesa settimanale delle nuove puntate. Vi ricorda qualcosa?

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A inaugurare il successo del filone del feuiletton fu “I misteri di Parigi” (Les Mystères de Paris), un romanzo d’appendice di Eugène Sue, pubblicato a puntate tra il 19 giugno 1842 e il 15 ottobre 1843 su Le Journal des débats. A esso si ispirarono poi autori del calibro di Victor Hugo per la stesura de “I Miserabili” del 1845 e Alexandre Dumas per il suo “Conte di Montecristo”.

Tra i tanti autori, Salgari aveva preso spunto soprattutto da un giovane collega d’oltralpe: Alexandre Dumas, da cui aveva imparato la composizione, il dosaggio degli effetti, la dilatazione delle storie in lunghe genealogie (il Ciclo dei 3 Moschettieri infatti è composto da 3 voluminosi tomi).

Ma più di ogni altra cosa, aveva imparato un ingrediente segreto: l’effetto “vent’anni dopo”. Ovvero il gusto di tornare su certi luoghi, su certe trame, su certe situazioni, con la malinconia di chi si ritrova sul teatro di precedenti imprese, immergendo i propri lettori nel fascino della memoria.

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Dumas di trasposizioni cinematografiche di successo se ne intende. Noi vogliamo citare la trilogia guascona diretta da Richard Lester tra il 1973 e il 1989.

Il senso dell’immagine invece era merito di un limite di Salgari. Infatti se è vero che amava farsi chiamare “Capitano” dai suoi conoscenti, sognando paesi lontani e avventure marinaresche, la sua unica avventura reale era stata una modesta crociera sull’Adriatico.

Soffrendo dunque di un “complesso d’ inferiorità”, di fronte ai suoi blasonati colleghi internazionali come Conrad, Kipling e London, spiriti inquieti per cui viaggiare e scrivere era la stessa cosa, Salgari divenne, per antitesi, un viaggiatore recluso.

Per cercare le immagini che voleva suggerire, divenne un fornicatore maniacale di archivi, biblioteche, schedando minuziosamente qualsiasi dettaglio storico, geografico, antropologico. Non inventava nulla, se non era strettamente necessario, e quando succedeva battezzava i suoi personaggi con nomi di cose di luoghi che avessero almeno una chance fonetica di veridicità.

Sebbene la sua geografia fosse spesso priva di concretezza, motivo per cui la sua opera fu a lungo ghettizzata a livello accademico, le incaute simulazioni gli offrirono il vantaggio di un massimo grado di libertà.

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Una libertà che conquistò anche i suoi illustratori, come Antonio Della Valle. Per Emilio Salgari, tra il 1903 e il 1928, illustrerà 22 romanzi e relative copertine in un sontuoso Liberty. Sviluppate e stampate personalmente, le fotografie venivano scattate sotto la sua stretta regia con il coinvolgimento di parenti e amici “vestiti” e “armati” con i pezzi della sterminata collezione di armi di Alberto. Anche la scelta dei passi da illustrare era frutto di un minuzioso lavoro sui manoscritti salgariani, mentre puntigliose annotazioni costellavano un breviario tecnico intitolato: Macchina Fotografica.

Infatti, nonostante la fretta e l’approssimazione, dettati dai ritmi di lavoro, il linguaggio di Salgari rimane estremamente evocativo, capace di entrare di diritto nell’immaginario collettivo, come se ti trattasse di un “effetto speciale”.

Un’iperbole in cui le parole perdono il proprio senso concreto e si trasformano in puro suono e suggestione. La componente visiva prende il sopravvento provocando nei lettori un piacere ed un interesse che lo avvincono, come si trattasse di un sogno ad occhi aperti.

Tutti ricordano la jungla insidiosa di Tremal- Naik, gli aspri scogli di Mompracem, i kriss dalla lama serpeggiante, gli agili prahos, i thugs sanguinari, Indiana Jones e il tempio maledetto.

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Sicuramente “Indiana Jones e il Tempio Maledetto” del 1984, diretto da Steven Spielberg, è un compendio della cosmogonia salgariana. In particolare “I misteri della Jungla Nera”. C’è tutto: i maharaja, thugs, il culto di Kali, i sacrifici umani, la giungla misteriosa, i tranelli letali, gli intrighi, gli inseguimenti spericolati… insomma: l’Avventura

È “l’Effetto Salgari”, effetto  in grado di rivisitare la tradizione narrativa, frantumandola la struttura per mescolarne i brandelli con altri riferimenti, ottenuti da altre fonti. Potremmo definirla un’estetica del rifacimento, inteso però non come pigro riproposizione di qualcosa di già visto, ma come briosa rivisitazione, colta rilettura, ludica reinterpretazione.

Sotto questa prospettiva Salgari è un “poeta del remake”, egli va dove già è stato qualcun altro, insegue etnografi, cronisti, scrittori del suo stesso tipo, portando sempre con sé la fresca disponibilità di un entusiasmo onnivoro, quello del suo pubblico, che vive e sogna nelle parole di Salgari.

Salgari comprende perfettamente la necessita di spalancare spazi, altrimenti inaccessibili al nuovo pubblico delle grandi città, un pubblico giovane affamato di fantasia, pronto a sottrarsi alla monotonia di un’esistenza statica ma che per farlo ha bisogno di protagonisti in cui identificarsi.

Protagonisti dunque di estrazione popolare, di facile riabilitazione e con grandi aspirazioni, in una parola sola: pirati!

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2) I protagonisti: gli ultimi gentiluomini di fortuna

Tra tutte le figure letterarie cui l’industria dell’intrattenimento ha attinto, nel corso dei secoli, stabilendo un rapporto di continuità tra generazioni di pubblici differenti, sicuramente la più riuscita rimane quella dell’uomo della filibusta e dell’universo avventuroso in cui esso viene avvolto e di cui si avvolge.

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Non si può parlare di pirati senza citare il classico film di Roman Polanski dell’1986, con un perfetto Walter Matthau come protagonista, a bordo della sua Neptune, vascello che ancora possibile ammirare nel porto di Genova.

Questo perché è la cronaca stessa dei fatti a contaminare la fantasia e a fornire a quest’ultima un’ipotetico trampolino di lancio verso l’epica e la mitologia dell’epopea piratesca, cui il pubblico decreta sempre un largo consenso.

Un consenso testimoniato, negli ultimi quindici anni, da una nuova schiera di pirati di ogni risma.

Si parte dai più cruenti, tratteggiati da Valerio Evangelisti, nel suo recente ciclo di romanzi dedicati ai Pirati della Tortuga (Veracruz, Tortuga, Cartagena), pubblicati tra il 2008 e il 2012.

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Si passa a quelli più patinati della serie tv della Starz, Black Sails, da poco conclusa. fino ai più edulcorati, ovvero quelli dell’estenuante saga cinematografica, ispirata a un’ attrazione della Disney, dei Pirati dei Caraibi.

Sicuramente la più longeva, iniziata nel lontano 2003 e giunta ormai al suo quinti capitolo Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazarche vedrà la luce il 24 maggio 2017.

 

Come tutti sanno chi battezzò queste figure a livello letterario, siglando il loro successo, fu Robert Lous Stevenson nel suo romanzo L’ Isola del Tesoro nel 1883, divenuto, a pieno titolo, uno dei classici della narrativa per ragazzi più famoso di tutti i tempi.

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A proposito di Stevenson, vi consiglio il libro di Bjorn Larrson, “La vera storia del pirata Long John Silver” uscito in Italia nel 1998. Il libro narra la giovinezza e la vecchiaia del pirata prima e dopo essersi arruolato alla ciurma di Flint. Spettacolare!

Quello che si ignora, invece, è se Emilio Salgari abbia mai letto le gesta di Long John Silver, per trarne ispirazione per i protagonisti delle sue opere. Quello che è certo è che Salgari si documentò a riguardo.

Egli non attinse direttamente dall’opera fondamentale Storia degli avventurieri, filibustieri e bucanieri che si sono distinti nelle Indie” , scritta nel 1687 del pirata, scrittore e storico francese A.O. Exquemelin, bensì da opere derivate da questa come “La Storia dei Filibustieri dell’Archenolz” del 1820 e da “I Filibustieri” di J. Trousset”, edita da Sonzogno nel 1880.

Salgari, in qualità di letterato popolare, intuisce le potenzialità metaforiche e la carica simbolica che la figura del pirata, intrisa di ferocia e lealtà, poteva esercitare sul proprio pubblico e conosce come soddisfare queste aspettative. Comprende come le loro avventure, riflettano la mancanza di integrazione degli emarginati e dei perdenti della società e come l’utopia dell’Altrove, del viaggio e dell’avventura possano risarcirli.

Un destino nel quale l’autore non può che immedesimarsi, cosi i suoi pirati diventano presto il suo doppio, in grado di riscattarlo da una realtà di imprese mancate e prosaiche debolezze.

Da una parte c’è Sandokan, il sanguigno pirata bornese, l’instancabile “Tigre della Malesia“, pronta a ruggire dalla sua bandiera, sugli scogli di Mompracem, contro il colonialismo inglese. Sempre in compagnia del carismatico sidekick, Yanez de Gomera e di un esercito di “tigrotti”, amici fedeli, pronti a battersi per un ideale superiore.

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Dall’altra, c’è Emilio di Roccabruna, il nichilista Corsaro Nero, un nobile rinnegato, che scandaglia, taciturno, le regioni dell’inconscio, consumato da una sete di vendetta che non ammette tregua.

Il primo lo accompagnerà negli anni brucianti della giovinezza, mentre al secondo spetterà traghettarlo lugubremente, sul suo vascello, verso quello ineluttabile della morte.

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Due lati della stessa medaglia che contribuiscono, con le dovute differenze, a costruire la grammatica dell’eroe/antieroe moderno, da Zorro al Batman di  Frank Miller, un giustiziere costretto dal destino a errare in cerca di giustizia/vendetta, verso l’immancabile resa dei conti.

Un itinerario che lo costringe ad agire al di fuori della legalità, disobbedendo all’ordine costituito, per reclamare a pieni polmoni i valori superiori della libertà e dell’uguaglianza.

Valori messi a repentaglio, inevitabilmente, dalle arcinemesi di turno. Nel caso di Salgari: l’inglese Lord James Brooke, il “Leopardo di Sarawak”, e il fiammingo Duca Wan Guld, che servono a mettere in moto la macchina dell’azione e a tenere alta la tensione narrativa ed emotiva.

È un’epica elementare, in cui ogni dettaglio rimanda a un’idea dicotomica di coraggio-viltà, fedeltà-vendetta, vittoria-sconfitta. Un’etica facile da assimilare per i lettori di ogni età.

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La cosmogonia salgariana è un affresco enorme, che da un romanzo all’altro si si arricchisce geograficamente di luoghi sempre più lontani, spostando i confini dell’avventura sempre più in là.

Un universo popolato da una “corte” di personaggi maggiori e minori, collegati a quelli principali (gli amori: la “Perla di Labuan” per Sandokan e Honorata Wan Guld, per il Corsaro Nero; gli amici: Yanez e Tremal Naik, Sambigliong da un lato, Carmous, Wan Stilller dall’altro; fino agli eredi: Yolanda la figlia del Corsaro Nero) che modificano l’andamento modulare e ripetitivo delle storie, all’interno di un ciclo in cui i protagonisti stessi diventano, a turno, comprimari.

Salgari ambisce a creare un racconto infinito, in cui tutti i suoi personaggi possano vivere la loro avventura, maturando la propria identità, prima di lasciare il posto a quelli che verranno dopo.

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Sicuramente Yanez De Gomera, qui interpretato da uno strardinario Philippe Leroy, rappresenta uno dei personaggi più riusciti di Salgari. Astuto, carismatico e flemmatico, è lui a riscattare gli Europei agli occhi di Sandokan e a diventare il vero protagonista dell’ultima parte del suo ciclo di avventure.

Contrariamene ai pirati classici di Stevenson, più aderenti ad una realtà storica precisa, i personaggi di Emilio Salgari sembrano già assomigliare di più a dei moderni “gentiluomini di fortuna”, per metà pirati per metà bohemienne, esseri sperduti nella lontananza, apolidi ma cosmopoliti, segnati da un profondo disagio esistenziale, da un profondo senso dell’onore e da una propria morale che si scontra con leggi comuni.

Archetipi che non possono non richiamare alla mente, altri due illustri “fratelli della costa” di altrettanta fama, come  Corto Maltese di Hugo Pratt, così simile a Yanez, e Capitan Harlock di Leiji Matsumoto, epigono spaziale del Corsaro Nero.

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3) L’ambientazione: il sogno della lontananza e il mito dell’Altrove

Il fondamento concettuale dell’Avventura, risiede nella predisposizione del protagonista a cogliere qualunque suggestione agisca da richiamo per andare via, per superare chiusure, per eludere gabbie, per evadere da ogni prigione. Per fare in modo che ciò sia reso possibile, tutti gli eroi, compresi quelli salgariani, sono aperti al prodursi dell’evento non programmato. Il viaggio dunque, diventa la condizione necessaria e l’autentico viatico dell’ avventura, che non si realizza in luoghi confortevoli e conosciuti ma in luoghi ignoti e lontani, affinché i protagonisti possano sfidare i propri limiti e il narratore sfumarne i contorni, rendendoli universali.

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Il potere di attrazione di altri orizzonti è tanto più forte, quanto l’oggetto del desiderio è distante, questo spiega il successo tributato da sempre ai racconti di viaggio, in quanto connessi metaforicamente alla crescita spirituale dell’individuo; non importa che siano di andata o di ritorno, ne che siano essi reali o prodotti di finzione letteraria.

L’importante è che leggendoli si accetti l’invito, inespresso ma continuamente presente, ad allontanarsi dalle proprie abitudini, per confrontarsi con la diversità.

Salgari, in questo senso, dialoga intensamente con i concetti di esotismo e di orientalismo, propri del suo tempo, un’epoca segnata dalle torbide contraddizioni di un imperialismo dilagante e di un colonialismo senza freni, ma differenza di altri scrittori (Kipling, su tutti) non si schiera mai né dalla parte dei “vincitori”, né di che ne decanta le gesta. Egli preferisce piuttosto disertare le dittature culturali e concentrarsi dall’altro lato della barricata, quello lasciato in ombra dalla Storia, restituendo ai malesi, agli indiani, agli africani, una propria dignità e la possibilità di un confronto, almeno sulla carta, con i propri oppressori.

Salgari, grazie alla sua geografia di qualità fantastica, esotizza ma esotizza senza giudicare, osserva da lontano l’oggetto della sua narrazione, per restituirlo intatto al suo lettore nella sua complessa diversità, senza corromperlo.

Preferisce valorizzare le differenze, che non chiedono di essere semplificate o annullate, bensì di essere problematizzate, lasciando al proprio pubblico la libertà di contestualizzarle.

Salgari, a modo suo, similarmente ad altri scrittori d’avventura, come Tolkien e in particolar modo Robert E. Howard, mette in luce un forte passione per un “altrove” sconosciuto, che lascia trasparire la volontà di immaginare luoghi in cui onore, coraggio e idealismo, possano trovare ancora un senso, ed attraverso i temi del “lontano” e del “diverso” trovino spazio valori che ci parlano di rispetto per l’ umanità in tutte le sue forme, forti dell’assenza di razzismo, disprezzo e commiserazione.

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Un Altrove che, ancora oggi, dovunque si collochi, in un’isola che non c’è , in una terra di mezzo, in una galassia lontana, lontana, per quanto esotico lo si rappresenti, non è mai un alibi per pigri, una pallida scenografia ma un esercizio mentale che impegna severamente una prefigurazione propedeutica nei confronti dell’ utopia.

L’Altrove consente di spostare la propria ottica appesantita ed opacizzata, verso la contemplazione di nuove prospettive, è la coscienza di un’alternativa, il concetto stesso di libertà. È la propensione verso gli orizzonti innumerevoli e comunque aperti dell’avventura.

 

L’ influenza culturale di Emilio Salgari

Forse è per la forza di questi tre motivi elencati o forse per molti altri, che ancora ci sfuggono, che il nostro tormentato e snobbato “forzato della penna” offre ancora oggi spunti innovativi di grandi interesse.

Basi pensare alla recente pubblicazione nel 2016 del manoscritto: Alla conquista della Luna, una raccolta di inediti racconti fantascientifici di Salgari, in cui riflette sui vantaggi e sui pericoli delle ambizioni umane nello spazio. Proprio quest’anno che abbiamo scoperto l’esistenza di un sistema solare con sette pianeti simili alla Terra.

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A proposito di spazio, una curiosità: L’asteroide 1998 UC23 è stato denominato 27094 Salgari.

Oppure l’attenzione sbalorditiva nei suoi confronti, dimostrata all’estero, dopo la sua scomparsa, grazie alle numerose traduzioni delle sue opere (inglese, spagnolo portoghese, francese, russo, tedesco).

Attenzioni testimoniate nel 2011 dal pastiche letterario: “Ritornano le Tigri della Malesia”, seguito ideale del ciclo dei pirati malesi, scritto da Paco Ignacio Taibo II, il più grande scrittore messicano vivente.

Il quale ci rivela che in America Latina, un giovane Ernesto Guevara  leggeva le traduzioni clandestine di Salgari, mentre il nonno anarchico di Sepulveda organizzava in Cile pubbliche letture sovversive della saga di Sandokan.

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In un sondaggio, effettuato tra giovani lettori italiani, dopo poco la sua morte, all’inizio del XX secolo, molti di loro spiegarono perché lo leggessero di nascosto, disobbedendo agli ordini dei genitori e degli insegnanti.

La risposta fu unanime: “Scalda la testa, eccita i nervi, accende la fantasia!”.

Forse allora è vero: Emilio Salgari rimarrà sempre solo uno scrittore per ragazzi, sì.

Per eterni, inguaribili, irrecuperabili e irriducibili ragazzi.

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